Chi la definisce decana della poesia dialettale, evidentemente non l’ha mai incontrata. Né probabilmente ha avuto la buona sorte di ritrovarsi al cospetto di quello sguardo color cielo. Una definizione che le rubiamo, con la certezza che non ne avrà a male. Elena Alberti Nulli, grande dame della letteratura bresciana, compie cent’anni con la nonchalance di qualcuno arrivato a casa all’ora giusta per cena. Fuma ancora dieci sigarette al giorno, anche se lei giura che sono solo sette; si gode un bicchiere di vino a pasto – rigorosamente Castelveder –, ricama fiori rigogliosi e si accomoda ogni giorno al computer che fa bella mostra in salotto per continuare a scrivere i suoi libri, che oggi sono più di frequente in italiano.
Non solo. Scrive, impagina, rilega. E alla figlia Emanuela delega la stampa delle copie che regalerà per Natale, sempre tenendo fede a quel proposito da scolaretta di seconda elementare: «È stato lì che ho deciso che avrei fatto la scrittrice». E quando la signora Elena decide, poco resta da begare. «Ho sempre fatto quel che volevo» ammette. «Ha sempre fatto quel che voleva» conferma Pippo, il più giovane di nove fratelli legati da un amore profondissimo.

Il giorno del Giulio
«Ci siamo voluti sempre tutti bene e, anche se ora siamo rimasti in tre, quel sentimento non è venuto mai meno» conferma la poetessa con voce che trasuda sentimento. Lo attestano i legami che perdurano e si traducono in affollati ritrovi di famiglia, come sarà la grande festa per i suoi cent’anni in programma negli spazi dell’azienda Castelveder. L’ha fondata proprio Elena, insieme al marito Renato. Era il ’75 e lui aveva messo due soldi da parte grazie all’azienda di componenti idrauliche. «Renato voleva comprare degli appartamenti da mettere a reddito e io un’azienda in campagna». Indovinate chi l’ha avuta vinta?

Ma ad attestare quell’amore fraterno sono soprattutto le incursioni nei ricordi, che rimbalzano fra Elena e Pippo, accomodati insieme in salotto per il caffè quotidiano. «Lo sai che giorno è oggi?» le fa lui. «L’8 settembre» ribatte lei con un guizzo negli occhi. «È il giorno in cui quasi ci hanno ucciso il Giulio» la instrada.
«L’avevano preso i fascisti – prosegue il racconto Elena –. Sono arrivati dei ragazzi a chiamarci, ma quando siamo arrivati se l’erano già portato via. Aveva ventiquattro anni. Mia mamma ha inforcato la bici e l’ha raggiunto in caserma a Foina. Stava lì, bianco come un morto. E allora lei si è inginocchiata davanti al tenente e gli ha detto: "Ma voi lo sapete che ci uccidete, noi madri? Ma non ce l’avete una mamma, voi?". Alla fine mio fratello l’hanno lasciato andare e da allora l’8 settembre abbiamo festeggiato la rinascita di Giulio. L’ho cercato per anni, quel tenente che ha avuto pietà, ma non sono mai riuscita a trovarlo».
«Sono nata in dialetto»
Ed è proprio in quel retroterra familiare e umano che si è forgiato il legame di Elena con il dialetto. «Io sono nata in dialetto: l’ho bevuto nel latte della mia mamma. È la mia lingua del cuore», dice. Quella a cui inevitabilmente ricorrere per la preghiera e per esprimere l’intimo che c’è nel cuore, dalla speranza alla rabbia. E per descrivere un mondo che nel dialetto trova inaspettatamente la sua traduzione più dolce. «È la grande dote poetica che le riconoscono i critici – ci dice Emanuela –. Quella sua capacità di far emergere immagini delicatissime e sottili da una lingua che è solo in apparenza rude».
E che invece nei suoi versi, specie quando è lei stessa a dar loro voce con intensità che non ha pari, diventa materia sinfonica in grado di trasmettere significato oltre il linguaggio.

Quando Elena Alberti Nulli declama «I Macc de la Loza» non serve capire il bresciano per farsi strappare il fiato dalla violenza di quella strage di maggio raccontata in un poema che sembra Guernica. Perché con il dialetto, la nostra poetessa ci fa da sempre quel che vuole. E quello che vuole è soprattutto raccontarsi e raccontare.
L’uovo di Michelangeli
È la tragedia della guerra a segnare la nota più amara di una vita altrimenti dolcissima, come ci rivela lei. «Un bombardamento mi ha rubato il primo amore. Lo aspettavo a Monticelli per andare a comprare le scarpe e invece è arrivato di corsa mio fratello Camillo a dirmi che era saltato in aria». E ancora. «Ricordo ancora con terrore un giorno che ero a Brescia, vicino al Calini, per una commissione quando è scattata la sirena. Ho inforcato la bicicletta e ho pedalato come una furia. Ho pregato per tutto il tempo affinché Dio mi facesse arrivare sana e salva a casa».

Una casa che era focolare e forziere, il luogo dove il grande maestro Arturo Benedetti Michelangeli aveva lasciato il pianoforte, perché non finisse bombardato. «Quando venne a portarcelo noi sorelle ci mettemmo in ghingheri, ma non ci degnò di uno sguardo. Si mangiò un uovo alla coque in cucina con la mamma, che dopo mise da parte il portauovo come una reliquia. Il pianoforte, invece, era in un cassone di legno che occupava metà della nostra sala. Era un tesoro, ma noi ci facevamo le commedie sopra» rammenta la poetessa che a cent’anni ha ancora un entusiasmo da bambina: per gli affetti, per il vino, per le persone e per la vita.
La sua come quella degli altri. Come conferma la biografia minima che ci declama infine per raccontarsi in un verso: «Io canto la poesia delle piccole cose di casa, di chiesa, di canto, di cuore. Io canto il mio canto d’amore».




