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Piero Dorfles: «Un paese che non legge perde la capacità di immaginare»

Per la Rassegna della Microeditoria antipasto venerdì mattina a Chiari con il critico e giornalista : «Viva i libri, anche quelli di bassa qualità»
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Il critico, scrittore e giornalista Piero Dorfles
Il critico, scrittore e giornalista Piero Dorfles

Una comunità che non legge è uan comunità che, se non alla catastrofe, è condannata a un impoverimento generale e alla perdita di quel dono potente che è l’immaginazione. E allora ben vengano i libri, qualunque forma assumano e qualunque tema trattino, siano capolavori o romance promossi da un tiktoker. «Perché ogni pagina scritta è un volano di cultura e chi comincia a leggere compie un atto verso la lettura che gli aprirà visioni via via sempre più ampie». Parola di Piero Dorfles, l’uomo che ha fatto de «Il lavoro del lettore» una missione e ha reso pop la cultura ben prima che Instagram coniasse il termine bookinfluencer.

Domani alle 10 il critico e giornalista presiederà una gara di lettura in stile «Per un pugno di libri» ed esplorerà «Il valore letterario di Pinocchio» a duecento anni dalla nascita di Collodi. Appuntamento che, all’Istituto salesiano di San Bernardino a Chiari, farà da antipasto alla 24esima Microeditoria. Rassegna che sarà inaugurata ufficialmente domani pomeriggio – dalle 17.30 con Carlo Cottarelli – e che sabato e domenica si sposterà a Villa Mazzotti, con decine di ospiti e novanta espositori.

Professore, a Chiari sarà ospite di una sfida ispirata allo storico programma tv. Che effetto le fa?

Per fortuna quel format, pur non essendo più televisivo, è sopravvissuto. Le scuole ne traggono vantaggio, i ragazzi incontrano libri che altrimenti non incontrerebbero, ma soprattutto imparano a leggere con attenzione un testo. Questa cosa cambia il rapporto che hanno con la lettura.

In un celebre saggio, scriveva che leggere è il lavoro più bello del mondo. E allora che cosa si perde chi non lo fa?

Il problema non è tanto cosa si perde il singolo, ma la collettività. Un paese dove la gente non legge perde visione, progettualità, apertura mentale e fantasia. La letteratura non è solo intrattenimento: serve a produrre capacità immaginativa e senza quella siamo destinati al declino. Un paese che non legge è un paese in declino.

Se in Italia pochi leggono, tantissimi però scrivono. Come mai secondo lei?

Da un lato è una forma di narcisismo collettivo: è sempre più diffusa la propensione a occuparsi soprattutto di sé e ad esaltare la propria individualità. Dall’altra parte è un segnale del fatto che il libro ha ancora autorevolezza, è ancora qualcosa che ispira un’aura di rispettabilità e di significato.

Anche festival e fiere sono sempre più diffusi. In cosa si differenzia la Microeditoria?

Ha il vantaggio che Chiari è una piccola città, ma ospita un evento che ha visibilità internazionale. È determinante, perché una grande fiera in una megalopoli si perde, mentre quando ad ospitarla è una realtà più contenuta si riesce a mettere in contatto diretto la popolazione con gli autori.

Il pubblico alla fiera della MicroEditoria di Chiari
Il pubblico alla fiera della MicroEditoria di Chiari

Oggi i libri si promuovono anche online grazie ai bookinfluencer e a piattaforme come BookTok. Secondo lei è un bene o c’è il rischio di banalizzare i contenuti e limitarsi ad inseguire un trend?

Mi rifiuto di demonizzare la bassa qualità della grande maggioranza della produzione letteraria. Fa parte del gusto collettivo e non possiamo far finta di niente. Al contempo se è vero che i tiktoker si occupano soprattutto di romance e di libri a volte discutibili, ciò non vuol dire che non contribuiscano a creare lettori. Proprio a partire da una lettura semplice, perfino banale. E quindi ben vengano anche i tiktoker. Se ci fosse più attenzione in questa direzione, forse tutti avremmo di che guadagnarci.

Cosa pensa dalle persone che leggono solo eBook?

Parto dal presupposto che è un modo di leggere molto legato all’intrattenimento. Io che sono un lettore, diciamo così, professionale, ho bisogno del libro nella sua interezza. Capisco chi va in vacanza e si porta dietro un Kindle, ma onestamente ritengo che il supporto cartaceo consenta una differente profondità di lettura.

A Chiari terrà una lectio su Pinocchio. Perché anche oggi non possiamo farne a meno?

«Pinocchio» è un libro di archetipi che non invecchia mai per il semplice fatto che parla dell’uomo, della vita umana, del rapporto che abbiamo con la libertà dell’infanzia e la necessità di crescere. Dentro «Pinocchio» ci sono poi una serie di riferimenti ai grandi temi, come la morte. In secondo luogo è un grande libro sul potere, rappresentato di volta in volta dal burattinaio, dal giudice, dalla stessa fata turchina, oltre che dai medici al suo capezzale. Infine c’è un elemento fondamentale che è forse quello che rende il libro ancora oggi così straordinariamente vivace, e cioè che dentro la vita del burattino ci sono quella fantasia e quella capacità creativa che ci ricordano il rispetto che dobbiamo sempre avere nei confronti dell’infanzia.

Ci confessa qual è il suo libro preferito e quello che ha sul comodino?

Penso che nessuno possa avere meno di cento libri preferiti. Però se mi chiede qual è il primo libro che ho letto, temo sia proprio «Pinocchio». E potremmo dire che forse è rimasto anche quello più importante nella mia formazione. Quello che e ho finito di leggere ieri (martedì, ndr) è «Le cose che non diciamo» di Elizabeth Strout, che è una grandissima scrittrice americana di notevole qualità.

Mi conceda di chiudere con un vecchio tormentone. «Dorfles consiglia...»?

Di leggere. Qualunque cosa, purché si legga. Non esistono ricette universali e non posso consigliare un testo se non so chi ho davanti. Ognuno ha il suo libro: deve sceglierlo, incontrarlo e amarlo. Non si può dire che un libro sia per tutti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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