L’antifascismo di Montini nelle prudenti lettere a parenti e amici

Nel 1931 Mussolini scioglie forzatamente i circoli cattolici: la resistenza culturale del futuro Papa. In parlamento la presentazione del nuovo volume dell’Istituto Paolo VI
Giovanni Battista Montini al lavoro
Giovanni Battista Montini al lavoro

Studiare, approfondire, divulgare. Custodire la memoria e tenerla viva, anche con nuove pubblicazioni.

È questo l’impegno di cui si è fatto carico, da decenni ormai, l’Istituto Paolo VI di Concesio. Un impegno che in questi anni si sta concretizzando, anche, con la pubblicazione del carteggio di Giovanni Battista Montini. Il Tomo V (riferito al 1931) verrà presentato giovedì 4 giugno alla Camera dei Deputati. Parliamo del nuovo volume con don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto montiniano.

Il Ministero della Cultura ha recentemente riconosciuto al vostro lavoro lo status di «Edizione nazionale». Che cosa cambia per lo studio della figura di Giovanni Battista Montini?

Non cambia molto dal punto di vista concreto nel lavoro di trascrizione, annotazione ed edizione dei documenti. Cambia però il quadro istituzionale in cui l’impresa della pubblicazione del Carteggio montiniano si colloca. Il riconoscimento dell’Edizione nazionale segnala infatti che ci troviamo di fronte a una personalità rilevante non solo dal punto di vista religioso ed ecclesiale, ma anche a un intellettuale e a un uomo di lettere che ha segnato e continua a segnare la cultura del nostro paese. In una parola: Montini non è stato solo pastore della Chiesa, ma anche uomo di cultura la cui memoria e i cui scritti meritano di essere custoditi e trasmessi alle generazioni future.

Questo nuovo volume si inserisce nel monumentale percorso dei carteggi (quasi 6.000 lettere). Quali sono i criteri archivistici e filologici che guidano la scelta e la curatela di testi così intimi e, al contempo, così storicamente rilevanti?

Il criterio fondamentale è stato quello di pubblicare tutti gli scritti epistolari e i manoscritti riconducibili a Montini. È quindi un criterio che mira alla completezza, per quanto sia umanamente raggiungibile. In effetti la raccolta dei documenti – lettere scritte da Montini e indirizzate a Montini - in originale o riprodotti è stato il primo ingente sforzo compiuto dall’Istituto Paolo VI all’indomani della sua costituzione. Ha poi preso avvio la pubblicazione di epistolari con singoli corrispondenti, fino ad arrivare al progetto di Carteggio generale che ambisce a ricostituire la fittissima rete di rapporti epistolari coltivati da Montini negli anni della sua formazione e nei primi anni di ministero, come assistente ecclesiastico della Fuci e nella Segreteria di Stato Vaticana.

Il cuore delle ultime pubblicazioni riguarda gli anni in cui Montini è assistente della Fuci. Dalle lettere emerge un vero e proprio laboratorio culturale. In che modo il futuro Papa stava già preparando, in quegli anni bui, la futura classe dirigente dell’Italia democratica?

Chi cerchi in questo epistolario novità eclatanti rimane probabilmente deluso. Non troviamo né la definizione di un progetto politico, né la scuola nella quale si intendono formare i quadri di un futuro partito di opposizione. C’è però un lavoro quotidiano di formazione personale che indirettamente ha una valenza politica. Anzitutto perché ricorda che la politica non è tutto e, inoltre, perché educa al pensiero critico e alla responsabilità in ambito professionale, amministrativo e anche politico.

La statua di Paolo VI davanti alla sede dell'Istituto a Concesio - © www.giornaledibrescia.it
La statua di Paolo VI davanti alla sede dell'Istituto a Concesio - © www.giornaledibrescia.it

Nelle lettere di questo volume, come viene teorizzata e vissuta l’idea di «resistenza culturale» rispetto all’isolamento imposto dal regime?

Mi ha molto colpito quanto dice Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano in un discorso agli assistenti dell’Azione Cattolica. Egli ripercorre le tappe del movimento cattolico che, a cavallo tra XIX e XX secolo, è stato dominato dalla questione romana e dalla difesa della libertà del papa. Dopo il Concordato del 1929 si pone il problema: e adesso, che cosa facciamo? La nuova sfida è stata quella di un regime che «impediva di pensare» e la risposta è stata l’educazione a pensare in modo autonomo. In questo senso credo sia felice la formula che parla di una «resistenza culturale» come strategia che contesta il totalitarismo, rivendicando spazi autonomi di pensiero e di attività educativa.

Il Congresso della Fuci a Macerata nel 1926 fu segnato da durissime aggressioni squadriste contro i ragazzi cattolici. Il carteggio getta nuova luce su come Montini elaborò quel trauma e su come aiutò i giovani a non rispondere alla violenza con la violenza?

Per comprendere lo stile di Montini bisogna allenarsi a leggere nelle sfumature di quanto scrive. I suoi sentimenti non sono mai esibiti in pubblico, ma si comunicano attraverso una rete di condivisione e di amicizia che rappresentano come il tessuto di base attraverso cui passano anche le considerazioni sulla realtà sociale e i progetti per il futuro.

Il Tomo V del Carteggio si occupa del 1931, quello è l’anno dello scioglimento coatto dei circoli giovanili cattolici da parte di Mussolini. Che cosa rivela il carteggio inedito sulla reazione emotiva, spirituale e strategica di Montini di fronte a questo attacco frontale del fascismo?

Nella lettera ai familiari del 30 maggio 1931, Montini racconta l’intervento della polizia fascista che ha chiuso il circolo romano della Fuci, intervento di cui lo stesso don Battista è stato testimone con Righetti. Ai familiari racconta la preghiera a San Pietro e lo spontaneo raccogliersi con gli amici. Non c’è però nessun smarrimento d’animo. C’è piuttosto un sentimento di pena per l’umiliazione che il paese ha subito e sta subendo. Da tutte le parti arrivano notizie di oltraggi alle opere e alle persone impegnate nell’Azione Cattolica. «A Roma - conclude - c’è una calma pesante e diplomatica e non pare vi siano nuovi disordini materiali da lamentare». Il timore è però per un’evoluzione della situazione che si annuncia minacciosa per tutti.

La Fuci di Montini scelse di non cedere al monopolio educativo del regime, che voleva tutti i giovani nell’Opera Nazionale Balilla. Dalle lettere di questo volume, come emerge la quotidiana battaglia della Federazione per difendere l’autonomia della coscienza e dell’intelligenza dei giovani universitari?

Credo che il tema dell’educazione, non a caso, sia centrale nella controversia tra Chiesa e regime fascista. E lo è almeno in una duplice prospettiva. Si tratta anzitutto di una questione che si potrebbe definire antropologica, cioè di non cedere a una visione riduttiva dell’essere umano. Il progetto pedagogico di Montini si regge sul proposito di costruire l’unità tra la dimensione religiosa, quella intellettuale e l’acquisizione attraverso lo studio delle abilità richieste in vista dell’esercizio della professione. È dunque una formazione integrale dell’essere umano quella che Montini cerca. La rivendicazione di uno spazio educativo autonomo è decisiva anche per un altro motivo, cioè perché in questo modo si contesta nei fatti la pretesa totalitaria del regime, cioè la sua rivendicazione di una competenza complessiva ed esclusiva in campo educativo e il progetto di costruire l’uomo nuovo.

L’antifascismo di Montini ha radici profonde, legate anche al trauma familiare dell’assalto squadrista alla casa paterna e al giornale Il Cittadino di Brescia nel 1922. Trova traccia nelle lettere di questo volume il peso di questa memoria familiare nelle sue scelte successive?

L’antifascismo di Montini è certamente legato all’appartenenza al Partito Popolare del padre Giorgio che in questo partito aveva militato ed era stato eletto al parlamento. Si tratta dunque di un’eredità familiare che trova conferma nella situazione che è andata via via peggiorando dopo la Marcia su Roma.

Nelle sue lettere private ai familiari, Montini userà parole profetiche sul destino del regime («il fascismo morirà di indigestione...»). Come convivevano in lui la prudenza diplomatica richiesta dal suo ruolo e la radicalità di questo giudizio morale espresso nel privato?

Nelle sue lettere Montini dà prova di estrema prudenza nell’esprimere giudizi che avrebbero potuto compromettere persone vicine, coinvolte nell’associazionismo cattolico. Ma è altrettanto netto nel mettere in luce le linee di tendenza che nella cultura e nella società condurranno al disastro. In questa prospettiva si comprende l’allusione al fatto che il fascismo morirà d’indigestione, se continuerà così e sarà vinto dalla propria prepotenza. «Quello che è doloroso - continua Montini - è che il popolo italiano venga così a ricevere la esiziale educazione della volubilità e dell’avventura».

Oggi si parla molto della crisi delle democrazie e dell’educazione dei giovani. Qual è il messaggio più forte e attuale che il carteggio di questo «Montini antifascista» può lanciare ai lettori contemporanei?

Le situazioni sono diverse. Ma rimane il fatto che l’educazione rappresenta ancora oggi, per molti aspetti, il punto focale nel quale si decide il futuro dei popoli e dell’intera umanità. Ugualmente credo che di fronte a forme più subdole di privazione o di condizionamento nell’esercizio della libertà la coltivazione di un pensiero rigoroso e la formazione di coscienze libere rimangano elementi essenziali di ogni progetto per il futuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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