Paolo Jannacci: «Con papà Enzo già cantavamo le morti sul lavoro»

Torna a Calcinato mantenendo una promessa fatta un anno fa, quando sul palco del Teatro Marconi evocò al pianoforte i personaggi dell’amato papà Enzo. In quell’occasione assicurò che avrebbe portato nel Bresciano anche «L’uomo nel lampo», scritto e interpretato a quattro mani e due voci con il drammaturgo e amico Stefano Massini.
Paolo Jannacci si conferma uomo di parola e mercoledì 1 aprile, alle 21, sarà al Teatro Marconi proprio con lo spettacolo-concerto dedicato ai morti sul lavoro, sviluppato a partire dal brano che i due hanno eseguito per la prima volta al 74esimo Festival di Sanremo. In scena Jannacci e Massini saranno accompagnati dalla tromba di Daniele Moretto (Biglietti su vivaticket.it da 34 a 39 euro).
Paolo, a quando risale il primo incontro con Massini e cosa stimola le vostre collaborazioni?
Stefano mi contattò circa sei anni fa per imbastire uno spettacolo teatrale. Aveva sentito parlare di me e mi aveva tenuto d’occhio. Io invece lo conoscevo poco perché era fuori dal mio circuito, ma quando lo incontrai mi fu subito chiaro che si trattava di un grande drammaturgo. A volte serve un contatto personale per capire bene le cose, soprattutto ad uno come me che non capisce niente (dice col sorriso nella voce, ndr).
Fra voi l’intesa è scattata immediatamente?
Mi sono messo al servizio delle sue idee e si è sviluppata subito una grande alchimia, anche dal punto di vista musicale e sonoro grazie al suo tono di voce, al suo modo di parlare, raccontare e recitare. Dal canto mio aveva già maturato la mia bella dose di esperienza nell’accompagnamento teatrale con mio padre, Gaber, Dario Fo e Paolo Rossi: sapevo come comportarmi e cosa dovevo fare. Il risultato è uno spettacolo («Storie», ndr) che dopo oltre cento repliche funziona ancora molto bene. C’è ancora la stessa scintilla che percepimmo la prima volta nel 2020 nella sala prove del Piccolo.
Quale è invece la storia dietro «L’uomo nel lampo»?
È un racconto fittizio stimolato da tutte le storie di cronaca che continuiamo a subire. A un certo punto abbiamo deciso di dare voce a un sentimento che avevamo in testa e che io e Stefano già stavamo cercando di far trapelare nei nostri spettacoli. Con papà già facevamo un omaggio alle vittime del lavoro con il brano Construção di Chico Buarque. Ma è bello aver composto un brano originale.
Dopo Sanremo, come avete trasformato una canzone in un lavoro teatrale?
Con l’esperienza, la conoscenza delle tempistiche teatrali e la consapevolezza di ciò che vuoi raccontare. Abbiamo impiegato capacità creativa e cultura musicale e drammaturgica a favore di una storia legata al mondo del lavoro. Anche attingendo, per la mia parte, a brani di famiglia e, per la parte di Stefano, a pagine che aveva scritto sul mondo del lavoro. Come quella ispirata alla cronaca di un giovanissimo marito che, appena diventato papà, ha scoperto di essere stato licenziato via mai.
La musica aiutare a sensibilizzare sulle morti bianche?
Senza dubbio. Perché stimola il racconto e la narrazione orale. Diventa un tutt’uno nella comunicazione e rafforza il messaggio.
Jazz, colonne sonore e teatro civile: come riesci a far convivere queste anime?
Il filo conduttore è rappresentato dal background che ho costruito con studi e ascolti, oltre all’imprinting di mio padre che ho poi sviluppato, annullato o modificato a seconda delle mie scelte e del mio giudizio. Non vedo limiti. Anzi. Una volta chiesero a papà perché fosse andato a Sanremo. E lui rispose: «Perché lì mi ascolta più gente». Alla fine il pubblico è sempre uguale, sia in una birreria che alla Carnegie Hall.
Torni a Calcinato dopo un anno: che legame si è creato? Porterete qui anche l’«Officina delle Storie»?
Lo spero proprio. La continuità è il presupposto perché gli spettacoli abbiano una marcia in più.
Quale è l’istantanea di tuo padre che hai appesa al muro della memoria?

È una fotografia che gli ho scattato io sotto casa, mentre osserva la strada, il traffico. L’abbiamo usata come retro di copertina del disco «L’uomo a metà». Raffigura un momento intimo, a cui penso sempre quando passo sotto casa dei miei.
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