Nel suo «pezzo di terra» sull’isola di Caprera, acquistato nel dicembre del 1855, Garibaldi dimorò per ventisei anni, fino alla morte nel 1882. Su quest’isola pietrosa e ardua da raggiungere, l’Eroe dei due mondi rivelò una seconda natura: quella dell’agronomo e dell’allevatore, capace di dare vita a una «fattoria modello» efficiente e tecnologicamente avanzata. Ne danno testimonianza i suoi «Diari agricoli», il «quadernone» dal quale è partito il giornalista Virman Cusenza per raccontare «L’altro Garibaldi» (Mondadori, 216 pp., 20 euro).
Cusenza, già direttore del «Mattino» e del «Messaggero», parlerà del libro domani, mercoledì, a Brescia, alle 18 nella Sala del Camino di palazzo Martinengo delle Palle in via San Martino della Battaglia 18. Con lui interverrà Francesco Garibaldi-Hibbert, pronipote del generale e presidente dell’Associazione nazionale «Giuseppe Garibaldi».
Virman Cusenza, cosa emerge da questi «Diari»?
Eravamo abituati, fin dai banchi di scuola, all’immagine di un Garibaldi a cavallo, monumentale, museale e un po’ polveroso. Mi sono invece imbattuto in un personaggio fortemente moderno, perfino anticipatore di tendenze e di sensibilità che prenderanno il sopravvento solamente in pieno Novecento.
Che genere di sensibilità?
Un amore potente nei confronti della natura: con un anacronismo potremmo dire che è un ecologista ante litteram. Vuole vivere in questa campagna che lui stesso si è creato col sudore della fronte, trasformando una pietraia in una tenuta agricola all’avanguardia, nella quale arriva ad avere 14mila viti e coltivazioni intensive di cereali, grano, frutta… C’è il piacere di stare appartato rispetto a quello che lui chiama «il frastuono delle città», ma anche l’abbraccio alla comunità naturale e animale. Qui arriva ad accumulare fino a mille capi di bestiame, un numero che evidentemente lo perseguita…

Lei scrive che Garibaldi «affronta la battaglia nella sua tenuta con lo stesso piglio con cui si prepara ad attaccare i francesi sul Gianicolo»…
L’imprenditore agricolo e l’allevatore convivono con la vita del generale. Va smentito il luogo comune di Garibaldi «in esilio»: non lo era per nulla, Caprera era il laboratorio dal quale partiva per le imprese che ben conosciamo, dalla Seconda guerra d’indipendenza del 1859 alla spedizione dei Mille, l’Aspromonte, Mentana, Bezzecca, fino alla trasferta in Francia contro i Prussiani nel 1870.
Com’era la comunità che lo circondava?
Era composta da fedelissimi, amici di vecchia data. Arrivò fino a una trentina di persone. Collaborarono pienamente con il generale per far diventare la casa di Caprera quella che oggi vediamo. Qui lui accoglie Bakunin nel 1864, quando l’anarchico russo va a trovarlo con la moglie e rimane molto colpito dal contesto in cui vive Garibaldi, «grandioso, calmo, appena sorridente», l’unico «lavato» rispetto alle facce nere, abbrustolite, e alle tenute scamiciate degli altri componenti del gruppo.
Racconta anche i due volti di Garibaldi nei rapporti con le donne…
Convivono in lui aspetti diversi e contraddittori. Da un lato, è irresistibilmente attratto dalla bellezza femminile: rimane vedovo di Anita a 42 anni e ha storie, avventure, passioni di vario genere, senza mai trovare una vera alternativa ad Anita. Dall’altro lato, stupisce la sua visione moderna del ruolo della donna. La ritiene la più dotata per comporre i conflitti sociali, smussare le asperità che gli uomini creano, e arriva a dire che la donna ha doti di governo migliori degli uomini.
Riceve lettere e doni da ogni luogo: l’ennesima conferma della sua fama universale?
Garibaldi è senza dubbio l’italiano più amato nel mondo. La sua fama è sorprendente: non c’è luogo da lui toccato che non lo ricordi con una lapide o una targa. Questo perché è essenzialmente un uomo con una missione: quella di procurare benessere alla comunità a cui si rivolge. È un generoso, disinteressato a ritorni materiali o onorifici. È un simbolo che unisce, in grado di creare una comunità ovunque si trovi, tra i suoi soldati o tra le piante di Caprera.



