Con gli Zen Circus torna il sereno alla Festa di Radio Onda d’Urto

Serata che riconcilia con il rock dopo la delusione diffusa per il mancato concerto dei Subsonica dell’altra sera
Enrico Danesi
The Zen Circus a Festa di Radio Onda d'Urto 2026
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The Zen Circus a Festa di Radio Onda d'Urto 2026, preceduti da Aymara e Viadellironia

In prima battuta si esibiscono gli Aymara, che picchiano forte e picchiano duro, contribuendo a riaccendere un entusiasmo che l’abbassamento della temperatura aveva un po’ raffreddato. Poi viene allestito il set di Viadellironia (Maria Mirani a chitarra e voce, Giada Lembo al basso, Marialaura Savoldi alla batteria), che impasta il nuovo con alcune gemme del passato. La contaminazione continua – tra apollineo e dionisiaco, solennità e dissacrazione – è d’altronde un elemento costante nei testi (sempre colti, sovente bellissimi) della band all women bresciana, che pure dal vivo si allarga anche sul piano del genere, ricorrendo a un ottimo turnista della seicorde come Andrea Dondi.

Il breve live comincia volgendo lo sguardo all’indietro, ai primi lavori in studio, con «Boccadoro» che precede «Sodoma in cielo»: le sonorità sono (indie)rock, l’attitudine sul palco quasi punk, mentre l’energia attira un migliaio di persone fino a quel momento disperse nell’area feste di via Serenissima. Poi Maria Mirani & co. attingono dal lavoro pubblicato a marzo, «Balletti verdi», che hanno portato in un tour lungo e di grande soddisfazione («La più bella estate della nostra vita» commentano) e il sound muta nel ritmo e nello svolgimento, facendosi più vario, sin da «Amore bianco, amore d’oro, amore nero», che in principio pare una lenta ballad con qualche dissonanza e invece si trasforma in un arrembaggio sonoro pieno di distorsioni. Per introdurre i brani successivi, pure estratti dall’ultimo album, la frontman rammenta lo «scandalo bresciano che nel 1960 sconvolse la vita di 187 persone, omosessuali maschi, di cui due si suicidarono». E poi attacca – con quella voce che può essere al limite del sacerdotale, ovvero riempirsi di sfumature, a seconda di quanto richieda il momento – «La morte della bellezza», seguita a ruota dalla title-track, quindi da «Celeste» e «Non è un paese per checche» (ispirata da un’altra storia nostrana, che rimanda a una discoteca gay di provincia d’antan, «Il Gattopardo» di Cologne). Chiusura con «Sade Valentino», singolo dell’ellepì «Il desiderio che mi frega», con passaggio di testimone agli Zen Circus. Nel frattempo la platea si è ulteriormente riempita, e sotto il palco stazionano più di tremila spettatori.

Il Circo Zen

Annunciato dalla marcia imperiale di «Star Wars» (scelta curiosa, ad ogni modo efficace: il pubblico, fino ad allora rumoroso nell’attesa, si zittisce infatti di colpo), il Circo Zen – Andrea Appino, Karim Qqru e Massimiliano «Ufo» Schiavelli – si presenta in scena sotto una luce violacea e come dichiarazione d’intenti sfodera «Il Male», title-track del lavoro più recente, che dà nome anche al tour in corso. Il disco di riferimento è forse il più crudo che la band pisana abbia inciso, composto da undici tracce a presa rapida, che compongono una sorta di romanzo (anti)biografico sul tema del dolore, variamente declinato.

Dal vivo, gli Zen Circus sono da sempre convincenti, a maggior ragione da quando il frontman Appino (che pure aveva ed ha un certo appeal da solista) si è definitivamente risintonizzato sull’esperienza collettiva. Nel frattempo, i cromatismi che avvolgono il palco virano sul rosso acceso, per accogliere «Gente di merda». Gli Zen sono così, irriverenti, goliardici, corrosivi: prendere o lasciare, ma la prima opzione è quella che preferiamo. Da band generazionale che erano agli esordi, dopo oltre trent’anni di carriera, una dozzina di dischi e 2000 live in archivio, The Zen Circus sono ormai intergenerazionali, ma non smettono di raccontare con sfrontatezza rock e disincantato sentimento la commedia (nera) della vita.

The Zen Circus a Festa di Radio Onda d'Urto 2026
The Zen Circus a Festa di Radio Onda d'Urto 2026

Avviene ancora una volta all’ombra del Gatto Nero (ma dalle nostre parti, il gruppo ha frequentato la Molloy e pure il Vittoriale), attraversando diversi stati d’animo e situazioni, con la splendida «Catene» e la più rilassata «Non voglio ballare». Quindi ribadiscono una regola della casa che da decenni sentiamo loro ripetere: «Più voi fate casino, più noi facciamo casino!». È il segnale che movimenta la serata, alimentandola con brani di impatto immediato quali «Vent’anni», «Il fuoco in una stanza» (come un Gino Paoli in versione malinconicamente lisergica), «I qualunquisti».

Forse mai impeccabili tecnicamente, comunque sempre puntuali sul versante ritmico, gli Zen Circus si concedono genuine esplosioni emotive con «Andate tutti affanc…» (che dedicano «come tutto il concerto, a Jean-Luc Stote»), la dissacrante «Ilenia», la vagamente nostalgica «Novecento» (che pulsa ossessivamente, con le sue accelerazioni e i rallenty estemporanei), «Figlio di…», la travolgente e liberatoria «Canta che ti passa». Dopo altre pagine di musica e perfino l’escursione in canotto (!) tra la folla, nei bis rifulgono «L’anima non conta» e l’elenco in stile Rino Gaetano di "Viva", che irride la politica dell'indifferenza e dell'omologazione urlando, con vertiginoso ossimoro, che "vivi si muore".

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