Musica

Dallo scandalo un disco, Viadellironia nel cuore dei «Balletti Verdi»

La band bresciana pubblica domani il singolo che anticipa il terzo album della band, dedicato alla scabrosa vicenda degli anni ’60
La band bresciana Viadellironia
La band bresciana Viadellironia
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In un panorama musicale rarefatto di talenti originali, è imperterrita la parabola di Viadellironia, formazione bresciana al femminile che si appresta a pubblicare il terzo album in studio, sempre per Hukapan Records, anticipato da un singolo in uscita domani, venerdì 13 marzo. Quel «Non è un paese per checche» che già compendia i temi portanti dell’album «Balletti Verdi», ispirato a uno scandalo che investì Brescia negli anni Sessanta. Abbiamo intervistato Maria Mirani, frontwoman della band che si completa con Marialaura Savoldi e Giada Lembo.

Maria Mirani, Giada Lembo e Marialura Savoldi
Maria Mirani, Giada Lembo e Marialura Savoldi

Fra un ventaglio di brani ad alto tasso narrativo e di grande musicalità, come avete scelto il primo singolo?

È la canzone più esplicitamente politica del disco, insieme a un brano dedicato ad Anna Kuliscioff. Ha un impianto narrativo: nei primi anni ’70, un marchettaro e un vecchio facoltoso trascorrono una notte insieme. È la cronaca della loro serata. Un universo molto privato, ma assolutamente politico. Il privato è politico, dicevano in quegli anni. Abbiamo scelto «Non è un paese per checche» perché pensiamo che riassuma a livello narrativo uno dei temi portanti del disco: quanto la sorveglianza del mondo esterno possa innervarsi dentro di noi, e renderci i peggiori boia di noi stessi. Lo strumento più efficace del potere è quello di delegare al soggetto brutalizzato gli strumenti per torturarsi da solo. La canzone dice: «I più severi tra i processi son quelli che intentiamo a noi stessi». Abbiamo scelto di favorire in un singolo la canzone che condensasse tutto questo.

Cosa ti ha spinto ad interessarti ai Balletti Verdi?

Innanzitutto il nome stesso. Bellissimo, evocativo, dal punto di vista della scrittura fa già tutto al posto tuo. I balletti sono gli scandali sessuali, e verde era il garofano all’occhiello di Oscar Wilde. Ho scoperto che Brescia è stata teatro di questa vicenda studiando la storia queer della mia città. Per capire l’archeologia della mia categoria. Sono inciampata nei Balletti Verdi e anche adesso mi sembra incredibile che questa tragedia non sia stata vandalizzata e capitalizzata. Un miracolo. Il libro di Stefano Bolognini, «Balletti Verdi», mi ha spalancato una storia che contiene tutti gli ingredienti del potere: il voyeurismo più viscido mascherato da morale, la giustizia che commina penitenze travestite da pene, il sadismo dei giornali. E centinaia di persone con un amore vilipeso sulle bacheche di un’edicola.

Come si sostanzia il tuo processo creativo che sembra spesso radicarsi nella letteratura, nelle arti e nella storia?

Nel caso di questo disco il debito maggiore va alla letteratura omosessuale maschile. Tondelli, Busi, Giuseppe Patroni Griffi, Mann, e il più grande di tutti, Proust. Che ha inventato il personaggio più straordinario della letteratura omosessuale, il Barone di Charlus. È incredibile quanto possiamo volere bene a certi personaggi. Io a lui voglio bene come fosse un mio amico. Penso che qualsiasi persona che abbia la velleità o il grande sogno di scrivere parole in musica, debba leggere tutto quello che il tempo le concede. Anche e soprattutto poesia.

Rispetto al disco precedente c’è stato un cambio di formazione. Come vi siete adattate alla nuova configurazione?

Questo album ha una cifra più cantautorale, dovuta al fatto che le parti di chitarra sono state scritte solo da me, in collaborazione col nostro produttore Davide Civaschi (Cesareo degli EelST, ndr). Nel tour suonerà con noi Andrea Donghi, bravissimo chitarrista, che ha già collaborato alla scrittura di molte parti di basso in questi anni.

Oltre ad essere una musicista hai una preparazione nell’ambito delle arti visuali e del cinema. Come influisce nella scrittura dei testi e nell’estetica delle copertine e dei video?

Avere studiato cinema e arte aiuta moltissimo a configurare un corredo d’immagine alla musica. La copertina di Balletti Verdi, che uscirà tra pochissimo, l’abbiamo progettata noi. Anche il videoclip di «Non è un paese per checche è stato scritto da noi» e diretto da Marco Jeannin. Le influenze in questo caso derivano dal cinema politico degli anni ’70 italiano, da Aki Kaurismäki, da Lynch.

A ottobre avete presentato in anteprima al Mo.Ca l’album che siete in procinto di pubblicare. Da cosa deriva la scelta di questo processo di release inverso?

Perché ci piace suonare live! E perché la sostanza della musica è quella, la dimensione dell’evento.

C’è un brano di Balletti Verdi a cui sei più affezionata?

Sì, una canzone che si chiama «Celeste», perché penso che il risultato corrisponda esattamente a ciò che avevo in testa. E una canzone che si chiama «Alla mia migliore amica liberata, perché l’ho scritta quando avevo 20 anni», e finalmente l’abbiamo registrata.

State lavorando ad un tour estivo?

Certamente, presto annunceremo le date. Intanto l’1 aprile saremo a Milano, il 17 a Genova e il 27 giugno a Biella prima degli Elio e le Storie Tese.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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