Musica

Al Sociale arriva «Kind of Miles» di Fresu: «Arte, musica e bellezza»

Il musicista racconta la genesi dello spettacolo teatrale dedicato al celebre trombettista, in scena il 17 e il 18 marzo
Paolo Fresu sul palco durante una rappresentazione di «Kind of Miles»
Paolo Fresu sul palco durante una rappresentazione di «Kind of Miles»
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Viaggiando e sognando sulle orme di Miles, cercando nuove coordinate lungo strade ultra conosciute, eppure ancora ricche di mistero. È quello che Paolo Fresu, uno dei numi tutelari del jazz italico (e non solo), vuole realizzare con «Kind of Miles», spettacolo teatrale che miscela sapientemente note e drammaturgia e che il trombettista sardo, con un pugno di sodali di prima classe, metterà in scena domani 17 e mercoledì 18 marzo, ore 20.30, al Teatro Sociale di via Cavallotti, in città (i biglietti per lo spettacolo, inserito nella 52esima stagione del Centro teatrale Bresciano, sono esauriti; da mezz’ora prima del via all’esibizione, verrà stilata una lista di attesa per mettere in vendita eventuali biglietti di chi ha rinunciato ad assistere allo show).

È lo stesso Fresu a svelare retroscena e curiosità di una performance ideata da lui in tutto e per tutto.

Come nasce lo spettacolo «Kind of Miles», in cui musica, teatro e arti visive diventano un tutt’uno?

«A livello creativo lo considero come la chiusura di una trilogia avviata, sempre a teatro, con "Tempo di Chet", proseguita con "Tango Macondo" e ora giunta a compimento con quello che ritengo lo spettacolo che meglio mi rappresenta. Oltre alla parte musicale, ho lavorato instancabilmente su quella testuale, una forma di scrittura con la quale mi sono cimentato per la prima volta. Per narrare la storia di Davis o, per meglio dire, del mio Miles Davis, ho letto tantissimi libri e articoli, un processo di ricerca durato oltre due anni. Ci sono le musiche, le parti recitate, l’aspetto visuale. Ma anche un podcast, trasmesso dalla Rai. È un progetto in cui mi sono messo in gioco completamente. Dopo le prime rappresentazioni, lo avevo lasciato a riposo, ma l’ho ripreso proprio quest’anno, che è il centenario della nascita di Miles. Una coincidenza fortunata».

Come ha deciso di gestire lo spazio scenico?

«Lavorando in piena intesa con il regista Andrea Bernard: sul palco c’è una sorta di scatola bianca, chiusa su due lati, sulla quale vengono proiettati video, scritte e fotografie. Io interagisco con due band (Bebo Ferra chitarra elettrica, Christian Meyer batteria, Emanuele Maniscalco pianoforte e Fender Rhodes, Federico Malaman basso elettrico, Filippo Vignato trombone, multieffetti, synth, Marco Bardoscia contrabbasso, Stefano Bagnoli batteria, ndr): alla mia destra quella acustica a sinistra quella elettrica, in rappresentanza dei differenti periodi musicali attraversati da Davis. Io, oltre che come trombettista e direttore musicale, sono impegnato anche come attore».

Una prova tutt’altro che semplice...

«Inizialmente ero restio, pensavo di affidarmi ad un professionista. Poi mi è stato suggerito di farlo in prima persona ed è stato emozionante, pur con le difficoltà di dovermi splittare tra ruoli diversi. C’è da dire che ho deciso di recitare a memoria, senza gobbo, quindi mettendomi ulteriormente alla prova».

Lo spettacolo parla di Davis, ma anche di lei...

«Ho lasciato spazio al racconto del mio apprendistato, della mia formazione jazzistica. Anche e soprattutto con i dischi di Miles, ascoltati a tutto volume per carpirne i segreti. Ore e ore di pratica che si interrompeva solo quando mia madre, esasperata, bussava alla porta. Sono ricordi che ho utilizzato per alcune fasi dello spettacolo».

Quest’anno cade il centenario della nascita di Miles Davis: cosa rappresenta per lei?

«Non uso la parola mito perchéè un concetto che non mi appartiene, ma di sicuro lo definisco un’icona. Non solo perchéha sempre inseguito l’arte e la bellezza, ma perché ne ha fatto un messaggio politico. Lui, nero, nell’America degli anni ’50, si opponeva con fierezza al razzismo e alla discriminazione. Problemi che, purtroppo, sono ancora attuali».

L’ha influenzata in modo diretto come artista?

«Da trombettista posso solo dire che Miles e Chet Baker sono stati le mie maggiori fonti di ispirazione».

Se potesse rubare a Davis una composizione o un disco, quali titoli sceglierebbe?

«Sul Miles compositore non mi viene in mente nulla di particolare, anche perchénon fu molto prolifico. Semmai era uno straordinario architetto sonoro, che spingeva i suoi musicisti a scrivere per poi mettere un marchio riconoscibile. Come fatto con brani firmati da Wayne Shorter o Joe Zawinul. Quanto ai dischi, "Kind of blue", è in cima alla lista dei miei preferiti: è un album rivoluzionario, che continua a riscuotere successo. Se, insieme ad "A love supreme" di Coltrane, è il disco jazz più ascoltato ci sarà un motivo. Ma citare solo un disco di Davis è davvero troppo riduttivo».

Facciamo uno strappo alla regola, allora: quali altri album le vengono in mente?

«Tra i fondamentali metto "Bitches Brew", "Porgy & Bess" con Gil Evans, oppure "Tutu" e "Decoy", disco che considero un capolavoro. È difficile pensare a suoi album che non abbiano lasciato il segno».

La pensa così anche rispetto ai lavori anni ’80, con tutte le critiche che Davis ricevette in quel periodo?

«I commenti furono feroci, ma solo perché erano avanti anni luce. Basti pensare alla sua versione di "Time after Time" di Cindy Lauper, che noi utilizziamo anche in "Kind of Miles". Oggi ci appare come una cosa normale, ma allora (siamo nel 1985, ndr) era qualcosa di inaudito. Per questo le recensioni furono terribili. Ma in realtà aprì a nuove strade. Penso che anche oggi, nel rap o addirittura nella trap, venga un po’ tutto da Miles. Perché il suono che ha creato, come quello della tromba sordinata, è un qualcosa di unico, che il tempo non ha scalfito».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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