Bragalini: «Davis è rimasto se stesso, Mulligan ha cambiato pelle»

L’uno ieratico, cupo. Scostante. Camaleontico nello stile, nello scegliere i musicisti, nel look.
L’altro essenziale, asciutto, con l’aria del jazzista primo della classe. Miles & Gerry, Davis & Mulligan: difficile immaginare due musicisti, a prima vista, più diversi tra loro. Ma era proprio così?
Lo abbiamo chiesto al musicologo Luca Bragalini, grande esperto dell’opera di Mulligan (di cui ha recentemente trovato partiture inedite), ma profondo conoscitore anche del percorso artistico di Davis.
Luca, come descriverebbe lo stile compositivo di Davis e Mulligan?
«Se Miles era l’emblema di un mondo algido, distaccato, Gerry era pieno di vita, di bellezza. Il Davis compositore usava più la gomma della matita, nel senso che toglieva note, fraseggi, enfatizzando molto le pause. Mulligan aveva sì inclinazioni all’improvvisazione, ma era anche un autore a tutto tondo. Del resto il suo approccio al jazz è stato come arrangiatore. Tornando a Davis, sviluppava idee sonore che erano davvero efficaci. Ad esempio, con "In a silent way", che era un brano firmato da Joe Zawinul, fece qualcosa di particolare: tolse tutti gli accordi, e creò quel sound che segnò un’epoca».
Mulligan però, se vogliamo, ha esplorato in modo ancor più eclatante i diversi approcci alla composizione...
«Dopo il suo apprendistato come arrangiatore, iniziò a scrivere per i suoi gruppi. Ma non fu solo autore per, ad esempio, il celebre pianoless quartet. Compose musiche per big band, approfondì la musica latina. Scrisse per il cinema, ma con il piglio e l’ispirazione di un autore di colonne sonore. La sua capacità di adattamento era incredibile».
E poi c’è il capitolo delle canzoni, due delle quali lei ha scovato a Washington...
«Negli Usa ho trovato tantissimo materiale, con brani che sarebbero stati degni di un James Taylor. Quello che mi ha colpito è la qualità dei testi, con addirittura una canzone che è una sorta di inno al femminismo, scritta negli anni ’60. Mulligan non solo aveva piena contezza dei suoi mezzi espressivi a livello musicale, ma vi affiancava una notevole padronanza della parola».
Cosa pensa dell’approccio camaleontico di Davis? Per molti la sua conversione al jazz rock di fine anni ’60 fu dettata solo da ragioni commerciali: fu davvero così?
«Bisogna sfatare un mito sul periodo elettrico di Miles Davis. Quei dischi vendettero pochissimo. Se si eccettua il caso di "Bitches Brew", non ci fu alcun successo commerciale. Era musica difficile da piazzare, che era il risultato di una scelta artistica, non di comodo».
Come illustrerebbe la parabola artistica di questi due giganti del jazz?
«Davis è sempre rimasto sé stesso, al netto di tutte le sue rivoluzioni stilistiche. Il suo suono è un qualcosa di sempre riconoscibile. Su Mulligan c’è sempre da indagare, perché ha approfondito così tanti aspetti della scrittura musicale da lasciare sbalorditi».
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