Itinerari sonori e suggestioni visive: è la Notte del Jazz al Grande

Prendi un luogo naturalmente ricco di fascino e storia artistica. Aggiungi una selezione di musicisti provenienti da tutto il mondo, uniti da un terreno comune ma distinti da una molteplicità di linguaggi sonori. Metti poi un pubblico in fermento, tanto curioso di scorrazzare tra gli spazi del teatro quanto di lasciarsi sorprendere da sempre nuove suggestioni uditive.
È la formula vincente de La Grande Notte del Jazz, che ieri sera è tornata per la nona volta a riempire il Teatro Grande. «Il festival è una conferma, un appuntamento desiderato e atteso per noi e il pubblico con un’attrattiva che coinvolge tutta la città ma ha risonanza anche oltre», conferma il Sovrintendente Umberto Angelini. «Sa trasmettere allegria, al pubblico che si muove nel teatro e agli artisti che hanno la possibilità di vedere le reciproche esibizioni e conoscersi».
Le tre vie
Come da tradizione, il pubblico vociante ed emozionato varca le soglie del Teatro nel tardo pomeriggio per dividersi subito nei tre diversi percorsi. Air spicca il volo in Sala Palcoscenico Borsoni con l’Irene Giuliani Trio, nel Salone delle Scenografie inizia il percorso Fire con l’Esatomic del sassofonista Andrea Ciceri.

La nostra serata comincia da Ground, nel Ridotto Settecentesco. Il Foyer è il luogo ideale per ospitare Lyra, rito sonoro in memoria di Pier Paolo Pasolini elegantemente officiato da Elsa Martin e Stefano Battaglia. I versi giovanili in friulano del poeta danno materia a una musica ammaliante: Martin incanta, una voce che sembra sgorgare dalle profondità dell’animo, ricca di carica emotiva e interpretativa. Tra invocazioni struggenti, preghiere di arcaica visceralità, agilissimi gorgheggi che si trasfigurano in puro suono ancestrale, dialoga con il pianismo denso e raffinato di Battaglia, creando atmosfere estremamente evocative. Ground prosegue col jazz nordico del supergruppo olandese-norvegese Beiggja; Fire propone la suite dedicata a Mingus di Matteo Mosolo e Flavio Zanuttini.

Noi deviamo per salire al Salone delle Scenografie dove ci attende Air con il set dell’Andrea Lombardini Quartet. Il giovane ensemble si muove nei territori del mainstream con un groove trascinante e solido, spinta propulsiva per le fiammate free di Francesco Taucci al piano e Matilde Gori alla tromba. Scaletta di inediti per un ampio spettro di suggestioni: mainstream, bossa, blues e persino Barocco.
Lasciamo spazio a Ground con il trio DÅZE di Alberto Zanini, mentre il Ridotto, sede eletta per le formazioni a due, accoglie il piano di Giovanni Guidi e il sax di Francesco Bearzatti. Ci spostiamo in Sala Palcoscenico Borsoni per concludere la nostra panoramica con Fire. L’Olga Amelchenko Quartet è appunto incendiario: il supergruppo di base a Parigi confeziona un set entusiasmante, musica mercuriale di un ingranaggio che funziona alla perfezione. Virtuosismo in abbondanza ma anche tanta passione per la melodia in un concerto che con naturalezza passa in un attimo da picchiate ribollenti a fumosi e suadenti cantabili. La band leader brilla per un suono limpido e senza imperfezioni, lirismo e improvvisazioni dalla direzione chiara; non sono da meno una sezione ritmica infaticabile e il nutritissimo vocabolario di un piano funambolico. Il pensiero corre già al concerto clou della serata con Óskar Guðjónsson e Skúli Sverrisson, che si esibiranno tra poco sulle stesse assi.
Breve pausa tra le vie del centro per ricaricarsi e prepararsi ad assaporare lo spettacolo dei due islandesi, che promette di essere una chiusura dal grande fascino.
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