«Il calcio, Raf e la svolta con Frizzi: ora in teatro con un nuovo show»

Il bresciano Simone Pinelli, autore televisivo e compositore, ripercorre la lunga carriera che dai campi di Eccellenza passa da «Ballando con le stelle»
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Simone Pinelli con Anna Falchi
Simone Pinelli con Anna Falchi

«Nella vita continuo ad essere un portiere. Perché, quando mi fanno duecento domande un minuto prima di andare in diretta, se sbaglio una risposta succede un casino e cade l’ultima difesa contro il gol». Non lesina metafore calcistiche Simone Pinelli, bresciano di Roncadelle e Bovezzo, in pianta stabile a Roma da circa vent’anni. Autore televisivo e musicale di riconosciuto talento e dalla fittissima agenda, è ricordato in patria anche per le prodezze sportive, come quella Coppa Italia vinta col Quinzano all’inizio degli anni Novanta. Ora si appresta a sbarcare in teatro con un nuovissimo format teatral-musicale, di cui al momento può rivelare pochissimo.

Simone, se la cavava bene sul campo da calcio: come ha capito che la sua strada era un’altra?

È vero (ride, ndr), avevo una discreta carriera in Eccellenza, ma a un certo punto la musica mi ha folgorato e ho cominciato a frequentare dei corsi alla Cambiomusica, con Alfredo Golino, Giulia Fasolino e Charlie Cinelli. È stato lui a dirmi: «Fai gavetta con me». Così ho cominciato a fargli da tour manager: una scuola che si è rivelata fondamentale quando sono arrivati i palchi importanti.

Però non è stato lei a salirci...

Vero. Verso i trent’anni ho capito che non avrei fatto il salto come cantante, ma ho avuto la conferma che ero capace di fare musica quando Raf ha voluto un mio pezzo, «Superstiti». A quel punto ero un bresciano che lavorava in un call center, ma aveva scritto una canzone per un big.

E allora cosa ha fatto?

Era più o meno il 2006. Ho preso il mio zainetto e sono partito per Roma, dove non conoscevo nessuno. Ho fatto di tutto: il vigilante da Armani, il commesso, il barista. E paradossalmente è tornato il calcio a darmi una mano: giocando con amici ho incontrato un produttore della Ballandi. Mi ha chiesto: «Tu cosa sai fare?». Gli ho detto che capivo di musica e a lui serviva qualcuno a cui affidare la gestione tecnica delle orchestre, nell’ambito di programmi come «Ti lascio una canzone».

L'autore televisivo e compositore bresciano Simone Pinelli
L'autore televisivo e compositore bresciano Simone Pinelli

È stata questa la svolta che aspettava?

In parte si, ma la grande occasione è arrivata dall’incontro con Frizzi. Lui e Claudio Fasulo - oggi vicedirettore dell’Intrattenimento Prime Time della Rai - hanno intuito il mio potenziale. È stato proprio Fabrizio a propormi di fare l’autore. In realtà prima ha anche dovuto spiegarmi che cosa facesse esattamente un autore. È da lì che la mia carriera è decollata.

Carriera che le ha permesso di fare bellissimi incontri, come quello con Vasco Rossi...

In quel periodo lavoravo per Rai Radio 2 ed ero autore di Ema Stokholma e Gino Castaldo. Vasco veniva a ritirare la Lupa d’Oro, un riconoscimento che Roma dà a personaggi importanti. Ho avuto la fortuna di stare a contatto con lui e ho capito che è una persona molto sensibile: quando è in pubblico è il Komandante, ma in privato è attento e ha una gran voglia di ascoltare anche chi non conosce. Ma uno dei momenti più emozionanti l’ho vissuto quando stavo lavorando a «Minaccia bionda», un grande show-evento andato in onda in prima serata su Rai 1 e di cui ero autore musicale. Mi sono ritrovato seduto tra Antonello Venditti e Francesco De Gregori che, durante le prove, commentavano le performance degli artisti sul palco come due amici al bar. E a un certo punto si sono messi a chiedere a me che cosa ne pensassi.

Da musicista e compositore, quanto conta la struttura musicale quando si scrive un programma o un copione?

Conta moltissimo: televisione e musica condividono lo stesso ritmo, le stesse emozioni e la stessa capacità di arrivare alle persone. Mi considero un autore anomalo perché vengo dal linguaggio musicale. Coniugarlo coi tempi televisivi è affascinante ma complesso: spesso la musica in TV va difesa, come quando un brano di tre minuti deve essere ridotto alla metà. La mia dualità mi aiuta a trovare un linguaggio comune, permettendomi anche di curare l'impaginazione sonora dei programmi o di scriverne le sigle, come ho fatto per «Camper» su Rai 1.

Il suo nome viene spesso legato a «Ballando con le Stelle»...

Ho lavorato a «Ballando» per dodici edizioni. Insieme al gruppo autorale si decideva quale canzone dovesse ballare una coppia, trasformandola di volta in volta in un tango, una salsa o un paso doble. Ho lasciato quattro anni fa, quando il programma ha virato su un format più parlato. È stata una bellissima esperienza, ma arrivato quel punto mi sono detto: adesso faccio altro.

Simone Pinelli al lavoro
Simone Pinelli al lavoro

E che cosa ha fatto?

Per esempio è stato bellissimo fare «Musica mia» con Lorella Boccia e Marco Conidi, girando l’Italia a bordo di un pulmino d’epoca. E poi «Camper», «Drusilla e l'Almanacco del giorno dopo» con Drusilla Foer, fino al più recente «Tilt - Tieni il tempo» con Enrico Papi. Cerco sempre progetti in cui la componente musicale sia centrale.

Ogni tanto torna ancora a Brescia? C’è un luogo a cui è legato?

Non ho più mamma e papà, ma ho un fratello di dieci anni meno di me che vive a Brescia. Fa il manager di hotel e torno a trovarlo due o tre volte l’anno. Quando sono in città mi piace andare a sedermi sulla Torre dei Francesi, in Castello, proprio sopra il vigneto. Ho studiato da perito agrario e ogni volta che mi affaccio da quel punto mi torna in mente il mio professore che diceva che quello era il più grande vigneto urbano d’Europa. Mi è rimasto impresso.

Sul fronte musicale, tiene d’occhio la scena bresciana?

Ad essere onesto non la osservo da vicino, ma sto seguendo con attenzione le due ragazze in gara a X Factor. La cosa curiosa è che quando sento qualcuno cantare di solito capisco se è di Brescia ancora prima di averci parlato. A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, la nostra città — coi Timoria e Omar, a cui sono molto legato — era un punto di riferimento per noi musicisti giovani, quasi la Seattle d’Italia. È una cosa che un po’ si è persa. Resta che siamo una città industriale, dura, forte. E nella musica che facciamo si sente un po’ questo lato spigoloso e un po’ rude, ma con sentimento.

A che cosa sta lavorando in questo momento?

Ho ideato, insieme al mio collega Andrea Boin, un nuovo format che debutterà a brevissimo in un locale importante di Milano. È legato alla musica ed è allo stesso un esperimento sociale di grandissima attualità. Posso ancora dire molto poco, ma l’idea è quella di portarlo in tour nei teatri nel 2027 e chissà che non arrivi anche a Brescia. Poi sto lavorando a un documentario sulla musicoterapia e continuo a fare l’autore di studio, in particolare per i programmi di approfondimento della Rai.

Con tutti questi impegni, le è rimasto qualche sogno da realizzare?

Sì, onestamente mi manca Sanremo. È il tassello che sento ancora scoperto, perché finora l’ho sempre vissuto di striscio: accompagnando Radio 2, oppure a «Domenica In» quando accoglievamo i cantanti appena scesi dal palco. Mi sono sempre mosso come un satellite rispetto al Festival vero e proprio. Mi piacerebbe moltissimo farlo da autore. Sarebbe il coronamento perfetto di una carriera di cui sono molto orgoglioso. Non solo per dove sono arrivato, ma anche ripensando a dove sono partito.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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