Musica

Sempre più AI nella musica: c’è un protocollo che certifica l’autore

«Brx Provenance» del produttore Marco Barusso permette di capire se la genesi è umana, digitale e persino ibrida: «Lo scopo non è negare l’intelligenza artificiale, ma certificare cosa c’è dentro un brano musicale»
Marco Papetti
Marco Barusso ha lavorato anche col bresciano Francesco Renga - Foto Daniele Farina
Marco Barusso ha lavorato anche col bresciano Francesco Renga - Foto Daniele Farina

Certificazione di origine…umana. In un’epoca di uso crescente dell’intelligenza artificiale, l’AI può essere ovunque, anche nella musica che ascoltiamo. Con conseguenti questioni sul diritto d’autore. In aiuto arriva un protocollo «ad hoc», «Brx Provenance», che certifica la genesi - umana o digitale – di un’opera.

L’ideatore è Marco Barusso, produttore, arrangiatore, sound engineer e chitarrista con all’attivo svariate collaborazioni con musicisti italiani e internazionali. Ligure, ma milanese di adozione, ha un rapporto anche con Brescia, avendo lavorato con Francesco Renga. Il protocollo che ha brevettato certifica la genesi umana dei brani, l’identità dei musicisti e la data di creazione assegnando alla creazione musicale un codice diverso a seconda degli strumenti tecnologici utilizzati.

L’idea di fondo, spiega, «non è negare l’intelligenza artificiale, ma certificare cosa c’è dentro un brano musicale. Uno è liberissimo di scrivere un pezzo e poi fare prove di arrangiamento con l’AI».

Asset

La questione riguarda la proprietà intellettuale: «Oggi il valore degli asset creativi rischia di crollare perché è diventato impossibile distinguerne l’origine – dice il produttore –. Se un artista è orgoglioso del proprio lavoro umano, oggi ha l’infrastruttura per dimostrarlo. Brx Provenance restituisce al creatore la proprietà inattaccabile del proprio ingegno». La certificazione Brx, aggiunge Barusso, vale anche per dimostrare la paternità di un brano prodotto con l’AI: «Se faccio un pezzo con l’intelligenza artificiale, nel momento in cui viene riconosciuto come creato con l’AI, chiunque lo può scaricare da una piattaforma di ascolto e usarlo per sé, perché non ha copyright».

Con la certificazione Brx, invece, un autore «può dimostrare che non è stato generato dalla macchina: ha praticamente la stessa rilevanza di un audit forense».

Analisi. Dell’analisi del processo creativo si occupa lo stesso Barusso con alcuni collaboratori: «Mi faccio mandare le tracce separate del pezzo e le sessioni originali per poterle aprire e vedere che ci sia stato fatto del lavoro sopra. Ascolto le tracce singole per cercare le impronte del lavoro umano: elementi come la sporcizia dei rientri dei microfoni, cose che l’AI non può riprodurre perché genera file già fatti e finiti».

I codici

La certificazione assegna a ogni produzione musicale un codice di tre lettere, una per ogni fase di creazione del brano: composizione, esecuzione, post-produzione. «“H” sta per umano, “A” per assistito dall’intelligenza artificiale e “G” per generato. Per esempio, se scrivo una canzone e mi faccio il provino con l’AI, ma voglio certificare che questa canzone l’ho scritta io, il mio pezzo avrà il codice HGG o HAA a seconda dell’uso che è stato fatto dell’intelligenza artificiale».

«Caso zero

 Il «caso zero» della nuova certificazione è l’ultimo album della band bolognese Inner Vitriol, che uscirà il 20 marzo: il protocollo Brx ne ha analizzato tutta la fase creativa, assegnandogli infine la classificazione H-H-H, ovvero cento per cento di fattura umana. In futuro, nel processo potrebbe inserirsi una dose di automazione: «La sto studiando con dei programmatori – spiega Barusso –. Ma non sostituirà mai l’intervento umano di verifica».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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