Notte di (indie)rock da power trio contemporanei, che però fa tanto elettrici anni Ottanta e Novanta, belli da ritrovare (parzialmente aggiornati) anche in questo secolo dominato da altre sonorità, certamente più alla moda, chissà se migliori.
Così, in una serata più tranquilla di tante altre per quanto concerne il flusso di pubblico, sul palco principale di Festa Radio crescono i volumi e si innalzano veri e propri muri di suono: prima con il poderoso e compattissimo patchwork garage/punk/psych degli opener mantovani Bee Bee Sea (ottimi sul versante strumentale e rivedibili in certi passaggi cantati, ma in definitiva ampiamente promossi), quindi con gli headliner Ministri.
La band milanese formata da Federico Dragogna (chitarra, cori, testi), Davide «Divi» Autelitano (voce, basso) e Michele Esposito (batteria), supportata come quasi sempre da una seconda seicorde per aggiungere potenza di fuoco (affidata allo storico turnista Marco Ulcigrai, ormai una sorta di «quarto Ministro»), è stata infatti protagonista – davanti a oltre 2000 spettatori – di un live a tutta velocità, diretto, trascinante il giusto.
Attingendo da un po’ tutti i loro ellepì (con maggior frequenza dal retrofuturista «Per un passato migliore» del 2013 e dal generazionale «Aurora popolare», del 2025), come pure dall’ep appena pubblicato, «Canzoni ombra», i Ministri – che da queste parti sono di casa e che ovviamente indossano le immancabili divise militari che sono un riconoscibile marchio di fabbrica – hanno sciorinato il consolidato campionario di brani irriverenti e furiosi, non esattamente ottimisti ma sicuramente indomiti (già a partire dal pezzo con cui hanno iniziato, «Mammut», che non per caso si chiude sui versi «…con la stessa voglia e con la stessa rabbia»), all’insegna di vibrazioni battenti e di un sound potentemente organico che conferma l’esigenza di essere ascoltato a volumi esagerati. Come avvenuto in giugno a La Prima Estate versiliana, e come accade di nuovo nella notte antagonista bresciana.
Dopo «Peggio di niente» e «Gli alberi», arriva «La pista anarchica», che Dragogna dedica a «tutti coloro che si inventano un sentiero per fare le cose». Quindi, tra gli altri, in ordine sparso, «Buuum», «Tempi bui» (che parte ovattata e poi si scatena), «Terre promesse» (con annesso tributo al compianto Jean-Luc Stote, come sta avvenendo tutte le sere in cui si esibiscono artisti che lo hanno frequentato), la resistenziale «Gente che si ostina a vivere», l’arrembante «Noi fuori», «Una palude», «Spingere», «Abituarsi alla fine». Una platea non giovanissima, eppure mediamente giovane, canta, balla e si dimena fino alla fine: l’indie-rock italiano non vegeta, non galleggia, ma vive.



