C’erano circa 2mila spettatori per il live dei Marlene Kuntz a Festa Radio. Segno che il rock alternativo italiano non attira folle oceaniche, ma tutto sommato si difende. Sul palco, la band piemontese – capitanata dal carismatico frontman Cristiano Godano a voce e chitarra, affiancato da Riccardo Tesio all’altra chitarra, Luca «Lagash» Saporiti al basso, Sergio Carnevale alla batteria – ha celebrato il trentennale de «Il vile», disco simbolo di una stagione feconda dell’alt rock nazionale, eseguendolo quasi per intero, corredandolo inoltre con una manciata di altri pezzi iconici di un repertorio mediamente prolifico.
La scaletta
Capita ormai con certa frequenza che i gruppi riprendano le pietre angolari della loro produzione per compleanni a cifra tonda. Decisamente meno facile, invece, che lo facciano più di una volta, come appunto i Marlene con «Il vile», già oggetto di un tour dedicato a vent’anni dalla pubblicazione e ora nuovamente in vetrina, dopo essere stato ristampato in un’edizione speciale arricchita dai disegni di Alessandro Baronciani.
Ha evidentemente ancora parecchio da dire e in effetti è evidente l’applicazione e l’orgoglio con cui i quattro musicisti di Cuneo lo ripropongono a una platea composta da persone che in buona parte non erano nemmeno nate quando essi lo incisero. Lo fanno, dicevamo, praticamente per intero (manca, se non erriamo, giusto una traccia: «E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare»), rispettando l’ordine del disco medesimo, per cui cominciano con «3 di 3» e chiudono con la title-track.
In mezzo, tutto il resto, dall’ipnotismo incendiario di «Cenere» alla disturbante «Overflash», passando per la memorabile «Retrattile» e l’apparente dolcezza de «L’esangue Deborah» (che merita applausi fin dal meraviglioso titolo), la fremente compattezza chitarristica di «Ti giro intorno».
Sound inconfondibile
Anche ascoltati ora, dal vivo, carichi di anni e con la resa affinata da molteplici esecuzioni, i brani restituiscono perfettamente un’epoca di rabbiosa sperimentazione, legata a un sound che in Italia non faceva praticamente nessuno, e non molti hanno fatto in seguito, quantomeno a certi livelli: spigoli, tensione (nervosa, erotica, emotiva) repressa, disorientamento, rumori controllati e distorsioni senza limiti, alcuni momenti (pochi) più rilassa(n)ti per attenuare il monolitico stordimento da batticuore che generano tutti gli altri.
Finito «Il vile», finito il revival? Neanche per sogno, perché con quattro brani (tra cui «Sonica») si viaggia ancora più indietro nel tempo, agli esordi discografici legati a «Catartica» (1994); e pure con le altre scelte di scaletta, ovvero estratti da «Ho ucciso paranoia» (1999) e «Che cosa vedi» (2000), ci si affaccia appena appena al secolo attuale. Secolo, quest’ultimo, nel quale i Marlene Kuntz hanno realizzato cose di cui andare fieri, sul piano artistico come a livello di impegno civile e ambientale (vedi la valenza stratificata di «Karma Clima»). Ma forse non raggiungendo più le vette di quei primi anni, quando portavano in giro un sound che anche adesso arriva sottopelle con la stessa forza di allora.



