A Radio Onda d’Urto la festa «della libertà e dell’immaginazione» di Caparezza

Almeno 12mila persone al concerto del cantante pugliese in via Serenissima, uno dei live più attesi di questa edizione
Enrico Danesi
SPETTACOLI BRESCIA FESTA DI RADIO ONDA D’URTO 2026 CAPAREZZA NELLA FOTO MOMENTI DEL CONCERTO  13-08-2026 PIERPAOLO PAPETTI AGENZIA NEWREPORTER
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Il concerto di Caparezza alla Festa di Radio Onda d'Urto

«La libertà di immaginare è l’unica forma di libertà vera, autentica e totale; quella che nessuno può toglierci. È uno spazio interiore e gratuito che nessuno ci può sottrarre, neanche nei momenti di forte costrizione o difficoltà. Io ne ho di recente vissuto uno di questi momenti di difficoltà, e ho scelto di reagire, scatenando l’immaginazione. La storia che voglio raccontarvi stasera è quella di come io sia riuscito a riattivare il vulcano delle idee».

Di fronte ad almeno 12mila persone (ma solo perché a un certo punto gli organizzatori hanno scelto di fermare gli ingressi, quando c’erano ancora lunghe code), al live di gran lunga più importante della Festa Radio Onda d’Urto 2026, Caparezza ha aperto così il suo attesissimo show, spiegando come la sua passione, ossessione addirittura, per il fumetto (nata quando aveva sei anni, e i genitori gli diedero un «giornaletto» perché non si annoiasse in mezzo a un gruppo di adulti) abbia generato il singolare «Orbit Orbit», disco hip hop d’autore (che ha infatti vinto pure la Targa Tenco quale miglior album dell’anno), ma anche un graphic novel fantasy pubblicata da Bonelli.

L’album

Pubblicato a fine ottobre 2025, «Orbit Orbit» è anche un disco da vetta delle classifiche di vendita e ascolto, che rappresenta la conclusione di una trilogia avviata con «Prisoner 709» (2017) e proseguita con «Exuvia» (2021). Nei due progetti precedenti, l’artista raccontava rispettivamente la prigionia e la fuga, mentre al centro del nuovo lavoro c’è appunto la libertà, profondamente connessa all’immaginazione, intesa quale ultimo rifugio, al contempo un modo di esorcizzare un problema personale potente e una reazione definitiva al periodo nero vissuto da Caparezza, nel segno dell’acufene comparso una decina d’anni fa, che ne ha indebolito il sistema uditivo ed è sfociato in invalidante ipoacusia.

Dallo studio al palco, «Orbit Orbit» sfrutta al meglio la sua doppia natura, musicale e grafica, consentendo a Caparezza di utilizzare l’immaginario del fumetto per la costruzione di scenografie grandiose – interpretate in scena con la comparsa di smisurati carri simbolici in cartapesta e di figuranti, sia attraverso filmati visionari – che danno libero sfogo a una mai nascosta vocazione teatrale, realizzando l’esplorazione di galassie concettuali che infine entrano in collisione con la realtà terrena. Il cantato è rap, il sound è un hip hop immaginifico e incline a melodie ariose, denso e impreziosito da armonizzazioni di rango.

Il concerto

La testa riccioluta è punteggiata di grigio, i salti sono forse meno esuberanti di qualche anno fa e la corsa si esaurisce dopo un’ora, mentre la statura fisica non è mai stata uno dei punti forti della casa. Eppure Caparezza tiene la scena da gigante, come sempre nei suoi live (non per caso così apprezzati), aiutato pure dalla statura morale di artista che «viene dalla luna» ma non trascura impegno sociale e attenzione per gli altri, capace di vincere la propria timidezza e mostrarsi istrionico quando è sotto i riflettori, per poi ritirarsi nel proprio mondo quando scende dal palco.

Su oltre venti brani in scaletta, ben otto appartengono all’ellepì più recente, ma anche gli altri contribuiscono a costruire una tessitura omogenea e comunque varia, sempre coinvolgente. Tra fughe in avanti, dialoghi con gli alieni, elettronica d’antan utilizzata per completare una ritmica lunare, Caparezza mette in fila «Il pianeta delle idee», «Io sono il viaggio», «El sendero», «A Comic Book Saved My Life» (giusto per tenere vivo il collegamento con il fumetto esplicitato in principio), «Gli occhi della mente».

Poi arriva il momento di un pezzo iconico come «Mica Van Gogh» (estratto da «Museica», del 2014), che il rapper di Molfetta introduce così: «Il delirio è il lato oscuro dell’immaginazione: quando pensiamo – argomenta il folletto pugliese – che le fantasticherie siano la realtà, entriamo nel “dark side”. Si dice che fosse quanto capitava a Van Gogh, che in vita vendette giusto un quadro dei tantissimi dipinti, e che a un certo punto della sua vita si fece ricoverare in un ospedale che curava le malattie mentali. Ma la verità è che Van Gogh dipinge quello che prova, non quello che vede, e infatti in tema di paesaggi creativi era di una lucidità straordinaria».

Suonano bene, leggiadre e al contempo profonde – in un profluvio di elettronica, archi, fiati, ritmica e voci – canzoni come «Ti fa stare bene» o «Pathosfera» accanto ad altre quali l’ipnotica «Darktar» o le autobiografiche «Come la musica elettronica» (interpretata seduto su una panchina da parco) e «La scelta», ovvero la straordinaria «Abiura di me» e le travolgente «La fine di Gaia» e «Curiosity (oltre il bagliore)».

Gran finale

Ma Caparezza trova anche il tempo per accogliere sul palco la fumettista bresciana Chiara Abastanotti, improvvisandosi intervistatore e ribadendo una volta di più il suo amore per le strisce, che «non ha potuto trasformarsi in professione, semplicemente perché - confida all’affollatissima platea – non so…disegnare!».

E ogni volta che vede qualcuno che sta male tra gli spettatori (è capitato piu volte in serata, per il caldo e per la calca), si ferma e indirizza i soccorsi. La canzone di chiusura è «Una chiave» (da «Prisoner 709»), che si emancipa dai chiari riferimenti personali per servire l’attualità, integrando la triste vicenda di un disegnatore palestinese.

Ma è da urlo (e da urla del pubblico) il trittico dei bis, con «Fuori dal tunnel», «Jodellavitanonhocapitouncazzo» (scritta esattamente così) e la (finta) promozione regionale «Vieni a ballare in Puglia», piena di tensione e danzereccio divertimento. Sermone finale su ostriche e perle, per magnificare l’atto creativo latente in ciascuno di noi: «Andate e perlificate», è il curioso congedo.

Girano voci che, considerato il potenziale cortocircuito tra il deficit uditivo di Michele Salvemini in arte Caparezza e il volume inevitabilmente alto dei suoi concerti, quello in corso potrebbe essere l’ultimo tour. Ci auguriamo siano infondate: sarebbe un peccato non solo per i (numerosissimi) fan, ma per l’intera musica leggera nazionale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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