Chi c’era, in quegli anni, sa. Sa che i Fratelli Quintale erano tre, non due. Sa che oltre a Merio e Frah Quintale – in queste ore di nuovo insieme sulla bocca di molti per il brano «Love letter», che ha riportato a galla antichi dissapori – sul palco suonava anche Dj Breeda. Sa anche che il gruppo ha lasciato una cicatrice nel panorama rap bresciano, ma che era la punta di un iceberg fatto di molto altro. Una scena musicale, quella dell’underground all’ombra del Cidneo, che ci siamo fatti raccontare da Fabrizio Martire, alias Betone, all’epoca nel gruppo hip hop Monkey Combos.

Se li ricorda gli esordi di Merio e Frah, al secolo Mario Quintale e Francesco Servidei?
All’inizio degli anni Duemila erano tra le nuove leve del rap bresciano, che all’epoca era in fermento. La città era piena di eventi, gruppi, appuntamenti per fare freestyle – come «Rap Parking» – e a un certo punto arrivarono anche loro. I Fratelli Quintale hanno spaccato da subito.
Che seguito avevano?
Per essere underground, direi enorme. Non solo a Brescia, dove avevano molti fan, ma in tutto il Nord Italia. Ricordo anche giornate in cui in città arrivavano rapper nazionali, tra cui Ensi, per fare cose insieme a loro. Sapevano farsi sentire.
E poi cosa è successo?
Escono al tempo con un paio di dischi, se non ricordo male, e poi a un certo punto si separano, non solo perché volevano perseguire le carriere da solisti. Di certo il fatto che fosse subentrata un'etichetta (la cita anche Merio nel pezzo pubblicato ieri, ndr) ha modificato qualche equilibrio e forse i loro lavori non hanno avuto il successo desiderato. A mio parere però, anche se meno più urban e meno graffianti, erano dei buoni dischi.
Ma chi era più in vista tra i due, davvero?
Mario era più conosciuto, anche per la personalità e la presenza sul palco che aveva. Il suo modo di fare rap era più diretto rispetto a quello di Frah, che aveva sfumature introverse, a tratti melodiche. Questi tratti hanno certamente influito nella carriera dei due. Frah Quintale ha saputo costruirsi la sua strada musicale e artistica anche mettendo da parte il tratto più ruvido degli inizi, ed è stato un successo. Negli anni è arrivato a suonare con artisti del calibro di Guè o Neffa, oltre a diversi altri cantanti pop: riempie i palazzetti e questo è un dato di fatto.

Cosa pensa di «Love letter», il brano con cui Merio si toglie più di un sassolino dalla scarpa?
Ha deciso di dare voce a cose che, nell’ambiente, avevamo già sentito in molti. Io non lo vedo come un dissing né come un attacco ed è difficile stabilire chi abbia ragione e chi torto. Chi li ha conosciuti sa che Merio, a modo suo e con il suo carattere, ha compiuto con questa canzone un gesto d’amore.
In che senso?
Per quanto sia duro e dica cose pesanti, questa uscita è vissuta da me, e da molti altri con cui mi sono confrontato in queste ore, proprio come un ritorno al passato. Quasi come un desiderio che possano tornare a fare musica un giorno assieme, anche se sarà molto difficile. Però le speranze sono sempre le ultime a morire. E quindi buona musica Mario, buona musica Frah, ma soprattutto buona musica a tutta Brescia.




