Ligabue: «La sfida? Fare ancora belle canzoni»

È partito venerdì dall’Olimpico di Roma il tour «Certe Notti», tra vecchi successi, l’impegno contro la violenza sulle donne e la guerra, e una porta aperta al Festival di Sanremo
Emanuela Castellini
Luciano Ligabue sul palco // foto Maurizio Bresciani © www.giornaledibrescia.it
Luciano Ligabue sul palco // foto Maurizio Bresciani © www.giornaledibrescia.it

La notte di «Certi notti», tra palco e realtà, di Luciano Ligabue ha preso il via venerdì sera davanti alla marea umana dello Stadio Olimpico. Il tour proseguirà il 17 giugno a Torino, il 20 a Milano per ripartire da Jesolo il 12 settembre al Palazzo del Turismo, e toccare tra le altre date il 22 l’Arena di Verona. Sul palco accanto al rocker di Correggio, musicisti bravissimi tra cui il figlio Lenny alla batteria.

Il concerto, da scaletta annunciata, si apre con un’indiavolata «Balliamo sul mondo». Dal passato Liga ripesca brani iconici come «Lambrusco e popcorn», «Eri bellissima», «Non è tempo per noi», «Tra palco e realtà» fino al crescendo di schitarrate e cori di «Urlando contro il cielo». E ancora «Questa è la mia vita», «Piccola stella senza cielo», «Una vita da mediano» per chiudere con «Certe notti» perché “certe notti” non si dimenticano, mai.

Una forte emozione promette l’inedito «Nessuno è di qualcuno» contro la violenza sulle donne, e tra i momenti di grande impatto emotivo il ripescaggio di «Il mio nome è mai più», del 1999, suonata in acustico. «Stavo registrando “Miss Mondo” – ricorda il musicista –, era il periodo della guerra cruenta nell’ex Jugoslavia, e con Piero Pelù e Jovanotti abbiamo scritto questa canzone che valeva allora quanto oggi, con oltre 56 guerre in corso».

È un’artista sensibile Ligabue, che non dimentica la riconoscenza, un sentimento raro tra chi è famoso. «Riavvolgendo il nastro devo essere grato a chi mi ha permesso di arrivare fino a qui – ha confessato in un incontro stampa prima del concerto –. Sono grato alla mia famiglia e alle mie origini. Ho scoperto che sono grato a tutto quello che ho vissuto, compresi i dolori». Trentasei anni di carriera non hanno cambiato il suo carattere: «Il mio modo di essere mi permette di osservare le persone e trasformare queste osservazioni in canzoni, libri (ne ha scritti sette, ndr) o in un film». Tre da regista: «Radio Freccia», «Da zero a dieci» e l’ultimo «Made in Italy», uscito nel 2018, per il quale ha ricevuto il Nastro d’Argento.

Tra le sue passioni c’è il tennis: grande l’ammirazione per Jannik Sinner che ha incontrato lo scorso anno in occasione delle Atp Finals a Torino, rimanendo folgorato davanti al campione: «Oltre che la bravura mi ha colpito la capacità di gestire la pressione: è un talento in tutti i sensi, ha un approccio mentale straordinario».

Un sentimento che sembra accompagnarlo da sempre è la timidezza: «Non so se l’ho superata, ma sul palco c’è una parte di me che l’ha vinta». Il suo primo concerto a 27 anni, il primo album «Ligabue» a 30. «Quando ho iniziato non ero scaltro come avrebbe richiesto il personaggio che avrei dovuto rappresentare. Per tanto tempo mi sono sentito in colpa, come se dovessi scusarmi per tutto il successo che avevo. Non è facile gestire l’idea che gli altri hanno di me».

Ligabue, lei ama le sfide, qual è la sua nuova sfida?

La mia prima canzone era «Balliamo sul mondo», credo che quello che ho sempre cercato fossero le canzoni, le storie che avessero un’anima popolare e un sound particolare. Perché nella mia testa puntavo a essere un cantautore con il suono di una band e spero di esserlo tuttora. E ancora oggi la mia sfida, che è costante, è fare delle belle canzoni. Che poi questo risultato sia condivisibile non spetta a me dirlo.

Nel 2027 non farà concerti in Italia, ma qualcosa di inedito all’estero. Pensa di ritornare dietro la cinepresa?

Intanto è appena uscito in libreria «Fuori e dentro il borgo» in una nuova versione. A completare il volume anche la sceneggiatura integrale di «Radio Freccia». Io non ho il bisogno di fare un film, non faccio il regista, ma ho la possibilità di avere una libertà creativa.

Se glielo chiedesse, andrebbe come ospite al Festival di Sanremo targato De Martino?

Sanremo è una grande vetrina ma è sempre una cosa da affrontare con il coltello tra i denti. È difficile fare musica lì perché c’è troppa tensione. Però mai dire mai!...

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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