La pioggia accorcia, ma non guasta la festa di LP al Vittoriale

Lo spettacolo interrotto per mezz’ora causa maltempo, poi l’«attitudine punk» dell’artista newyorkese conquista il pubblico di Gardone Riviera
Enrico Danesi
Vittoriale, il concerto di Lp
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Vittoriale, il concerto di Lp

Non c’è stata la magia aurorale della prima volta (correva il 2017 quando la performer newyorkese debuttò a casa di D’Annunzio), ma anche nel 2026 il pubblico del Vittoriale – sold out come allora – ha assistito a un signor concerto da parte di LP, al netto dei capricci del meteo, che lo hanno accorciato (troppo). Il concerto di una songwriter matura, non troppo prolifica e tendenzialmente distante dalle mode, ma senz’altro sicura di sé, del proprio valore, del proprio percorso.

Attitudine punk

Il live di nove anni fa fu per molti una folgorazione, sebbene l’artista fosse il fenomeno musicale del momento, sulla scia della ballad dolceamara «Lost On You», collocata a metà strada tra pop e rock, che anche mesi dopo il lancio non aveva perso la carica propulsiva.

LP, acronimo d’arte con il quale è universalmente nota Laura Pergolizzi, quarantacinquenne cantante e polistrumentista americana di Long Island (con origini napoletane per parte di madre, sicule sul versante paterno) ha palesato ancora una volta un’apprezzabile attitudine punk, atteggiamento che la porta ad aggredire il palco e non subirlo, anche quando i suoni sono quelli morbidi delle ballate che alterna con brani più mossi. Oggi è anche più empatica che qualche anno fa, brava perfino a individuare in galleria una sosia perfetta e indicarla agli spettatori per un applauso divertito.

L’interruzione per pioggia

In apertura si è esibita La Noce (aka Marta La Noce), giovane cantautrice romana votata all’electro-pop dalle sfumature blues, dotata di una vocalità potente e abbastanza graffiata per servire al meglio il genere. Poi LP e la band si dispongono ai loro posto mentre la voce registrata di Bob Dylan canta «Shelter from the Storm», ovvero «Riparo dalla tempesta», una gemma del 1975 dall’album «Blood on the Tracks». 

Nonostante il futuro premio Nobel richiamasse nel testo la produzione letteraria di Čhecov, e quindi alludesse probabilmente a tempeste esistenziali o sentimentali, non sono mancati in platea gesti apotropaici più o meno raffinati, considerato che il cielo mostrava nuvole nere e quantomeno la pioggia pareva una minaccia reale. Qualche minuto più tardi era anche una realtà concreta e battente, che costringeva gli spettatori meno attrezzati a cercare rifugio, mentre i musicisti si prendevano una pausa, per evitare che si bagnassero gli strumenti.

Il live aveva nel frattempo proposto giusto una manciata di pezzi, attinti da momenti diversi del repertorio di LP, come «Girls Go Wild» (da «Heart to Mouth», del 2018), «Dayglow» (da «Loves Lines» del 2023, lavoro californiano luminoso e ricco di influenze western), ma pure «When We’re High» e «No Witness» dall’immancabile album-feticcio «Lost On You».

In crescendo

Ripreso dopo mezz’ora (con i lampi a distanza di sicurezza e un paio di gradi in meno nell’atmosfera), rimetteva in circolo con immediatezza quelle canzoni piene di amori sofferti o finiti, che valgono comunque la pena di essere vissuti, e della vita com’è e non come la vorrebbero gli altri.

D’altronde LP si è fatta le ossa come autrice (per Cristina Aguilera, Rihanna, Cher), prima di cimentarsi come cantante, e conserva un’attenzione particolare per le liriche, che riveste con una miscela sapiente di rock, folk, blues country e soul, nobilitata dalla voce rugginosa e calda, con registro da contralto e graffio selettivo, capace di arpionare le note più elevate e abbassarsi senza fatica.

Sta di fatto che l’ora (scarsa) successiva è volata senza ulteriori intoppi: al centro il brano più celebre, condito da ancelle di rango quali, tra le altre, «Other People» e la romanticissima «Love Is All I Have», in cui il fischio – che è un marchio di fabbrica da sempre e campeggia praticamente ovunque – è presente in maniera talmente continuativa e armonica da far pensare al leggendario Sandro Alessandroni delle colonne sonore di Morricone, meritandosi un'ovazione. Il finale, affidato a «Tightrope» e all’acustica «Switchblade» (entrambe da «Lost On You»), coglie un po’ di sorpresa i presenti, che invocano (invano) un bis. Qualità alta, ma troppo breve.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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