Dente: «L’opera è buffa? Tra 400 anni diranno lo stesso delle canzoni»

Sabato nel cortile di Palazzo Broletto il cantautore dialoga con il musicologo Pierfrancesco Pacoda nell’ambito della Festa dell’Opera: l’intervista
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Il cantante indie pop Dente e il critico musicale Pierfrancesco Pacoda
Il cantante indie pop Dente e il critico musicale Pierfrancesco Pacoda

Parleranno di opera, di canzone, di pop, di lirica. Di musica. Di Verdi. Lo faranno nel cortile di Palazzo Broletto alle 21 di sabato 6 giugno, nella serata della Festa dell’Opera promossa da Fondazione del Teatro Grande. Il musicologo Pierfrancesco Pacoda e il cantautore Dente saranno protagonisti di «Parliamo d’opera», conversazione per approfondire linguaggi e temi dell’opera, prima di assistere, alle 22.30, al recital d’opera verdiano «Il trovatore».

Cosa c’entra Dente con la lirica?

Dente: Apparentemente nulla, e ne so anche molto poco. Sono stato chiamato in causa per fare un parallelo, un ponte tra opera lirica e canzone, che ha preso il posto della lirica: ci sono elementi divergenti e convergenti. E poi perché vengo da una terra di uno dei più grandi artisti: Giuseppe Verdi. Ho sempre respirato quest’aria verdiana, che sicuramente mi ha formato. Ci ho abitato per 30 anni, frequentando anche Busseto.

Pierfrancesco Pacoda:Proprio per questo mi piacerebbe raccontare Verdi partendo dagli odori. Dall’atmosfera.

Che valore ha la Festa dell’Opera?

PP: La manifestazione ha ormai rilevanza nazionale e mi piace che sia diffusa: risponde esattamente ai criteri per cui è nato il format «Parliamo d’opera», e cioè divulgarla e portarla alle persone, a un pubblico nuovo.

C’è un abisso tra i giovanissimi e la lirica oppure non è così?

PP:Non un abisso, ma una separazione dovuta alla non-conoscenza. Oggi abbiamo un approccio alla musica infinito. La mia generazione si formava sulle riviste e con la radio, oggi manca la capacità di orientarsi andando al di là di ciò che propone l’algoritmo. Ma è importante incuriosire i ragazzi e fargli conoscere altro. Con la Festa dell’Opera, per esempio, o con adattamenti moderni, come la Bohème ambientata nel mondo dei fuorisede a Bologna.

L’ultimo album di Rosalía, «Lux», in cui la cantante spagnola usa sonorità classiche e liriche mischiandole a elettronica e pop, è un esempio?

PP:Sì. Ha una fama straordinaria, introduce elementi e incuriosisce. È un tramite per cercare poi altro. Spero che non sia un unicum.

Parlando di canzone d’autore, questa e l’opera vengono percepite come mondi lontani. Ci sono punti di contatto?

D:Prima di tutto il canto. Oggi l’opera sembra buffa, ma la canzone è la stessa cosa: raccontare le storie cantando. Semplicemente, non siamo abituati a sentirla. Ma oggi facciamo la stessa cosa. Sembra meno ridicolo, ma tra 400 anni chissà, sembrerà buffo.

Di cosa parlerete a Brescia?

D: Credo proprio di questo, ovvero l’eredità dell’opera e ciò che la canzone e la musica hanno preso dal canto lirico.

E Dente ha un’opera preferita?

Una preferita no. Direi Verdi solo per campanilismo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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