Sonorità morbide fin da subito, e parole lampanti per chiarire il mood di «From the Rooftop», il suo show «dal tetto». La mini-residenza di Coez al Vittoriale (quattro concerti in nove giorni) comincia così, con un sonoro sold out garantito da un pubblico al 75% femminile e con l’artista salernitano che entra in scena spiegando: «Tutte le canzoni che sentirete stasera sono state riarrangiate appositamente per questo tour».
Quindi attacca con «Faccio un casino», brano iconico del 2017 che – com’è noto a molti, ma forse non a tutti – inizia citando Franco IV e Franco I, che di fatto ballarono la sola stagione del ‘68 cantando «Ho scritto t’amo sulla sabbia». A cui, nel brano per il resto completamente diverso composto dal cantautore salernitano, seguono parole meno poetiche e magari un pizzico bellicose, ma altrettanto convincenti: «…Nah, posso fare di meglio. Strappo lo scalpo di quest’alba e te lo porto al risveglio».
Tra rap e pop
Del rap in cui ha mosso i primi passi, Coez conserva il parlato che fa talvolta capolino dentro il cantato (solo con pochissime rime e giusto qualche assonanza in più), ma già la sua funzionale e corposa band rende evidente come sia andato ben oltre l’hip hop degli esordi e come la confezione – pur mantenendo un ruolo centrale a synth, loop station ed elettronica in genere – sia incentrata su una musica molto suonata, oltre che dichiaratamente ed elegantemente pop.
In aderenza peraltro a un obiettivo che lo stesso Coez ci aveva preannunciato in un’intervista del 2017: «Ho fatto un percorso per arrivare a questo: provenendo dal rap, sono allenato alla cura dei testi, quindi anche del loro significato e non solo del modo in cui si combinano con la musica. E ho un vocabolario ampio, che alimenta un linguaggio di tutti i giorni, il quale giunge probabilmente a destinazione perché il pubblico lo sente vero. Credo di poter definire il mio stile come un crossover tra rappato e cantato, tra rap e pop».
Melodia al centro
L’elemento dirimente, oggi, è la melodia, della cui importanza Coez si è accorto prima di altri, al punto da non rinunciarvi di fatto più e frequentarla con tanto di archi e fiati, gestendo una transizione dall’indie al mainstream in cui altri rapper italiani l’hanno seguito, quasi mai con lo stesso successo.
Con «La tua canzone», l’artista nato a Nocera Inferiore invita il pubblico ad alzarsi in piedi, mentre è reazione spontanea il fatto che quasi tutti i presenti gli facciano poi da seconda voce; una situazione che si ripete nella tappa successiva del live, «Come nelle canzoni». Da «Quello come me» in poi, invece, si torna seduti. Coez compreso, che introduce un pezzo dell’album «1998», argomentando: «Esce così tanta musica che non si riesce nemmeno a farla sentire. Ma questa è una buona canzone, anche se poco nota, e io voglio farvela ascoltare».
Dimensione intima
Un concerto già piuttosto raccolto diventa addirittura intimo attraverso «Lontana da me» e «Verso altri lidi» (quest’ultimo sì un rap vecchia maniera, preso in prestito da Fabri Fibra), affrontate in modalità spoglia, voce e chitarra. Siamo intorno a metà dello show e la platea non resiste seduta, per cui si alza e si propone nuovamente quale coro per «Domenica», «E yo mamma» (che ha un andamento irresistibile, con parole che ti afferrano per la gola e ti fanno pensare che vorresti averle scritte tu per un genitore), «Terra bruciata».
L’omaggio a Frah Quintale
Ma c’è pure un omaggio all’amico (e talvolta compagno di palco) Frah Quintale, «che non può essere qui, perché per fortuna sta suonando altrove»: la canzone prescelta, tra le ovazioni per il beniamino di casa, è «Nei treni la notte», testo e musica che in effetti lasciano il segno. Sale ancor più la tensione quando Coez scende in platea, concedendosi un bagno di folla sulle note di «Ali sporche».
Con «Le luci della città» spuntano invece gli smartphone, che in epoca digitale hanno sostituito gli accendini, e che nella notte dannunziana paiono lucciole, quegli incantevoli coleotteri che hanno illuminato le estati della nostra infanzia. C’è spazio anche per «È sempre bello», «Le parole più grandi» e la hit «La musica non c’è» – con il pubblico, emotivamente coinvolto e intonatissimo, costantemente in appoggio –, ma pure per un finale tradizionale, nel segno di «Il mio canto libero» e dunque di Lucio Battisti, inimitabile nume tutelare di ogni italiano che crei o ascolti musica leggera.
Si replica una prima volta domenica sera, quindi sabato e domenica prossimi, sempre all’insegna del sold out (ma è opportuno consultare il sito web del festival per eventuali disponibilità dell’ultimo minuto).



