Fornari nuovo direttore del Politecnico delle Arti: «Sfida stimolante»

Conoscitore di Mozart e battutista irresistibil, il bresciano è ora al timone dell’istituzione bergamasca che comprende Conservatorio Donizetti e Accademia Carrara
Marco Bizzarini
Il concittadino Giacomo Fornari
Il concittadino Giacomo Fornari

Una conoscenza impareggiabile della biografia e della musica di Mozart. Con l’aggiunta della battuta irresistibile, sempre pronta. Oltre a distinguersi come studioso, docente e brillante conferenziere, riconosciuto anche in campo internazionale, il concittadino Giacomo Fornari è appena stato eletto direttore del Politecnico delle Arti di Bergamo, una realtà che dal 2023 riunisce le due storiche istituzioni del Conservatorio (già Istituto Donizetti) e dell’Accademia Carrara. Una sfida importante che si aggiunge alla passata esperienza di direttore del Conservatorio di Bolzano. Le elezioni bergamasche si sono svolte in due turni e hanno visto prevalere Fornari al ballottaggio. Lo abbiamo intervistato.

Da Bolzano a Bergamo: nostalgia delle origini lombarde?

In realtà, Brescia e il Lago di Garda restano sempre nel mio cuore, ovviamente... Poi, comunque, continuerò lo stesso ad abitare a Bressanone, come negli ultimi trent’anni. Mettiamola così: sarò un pendolare un po’ attempato e speciale, pronto a perdere ogni coincidenza possibile a Verona! Le mie radici, la mia cultura restano sempre con me. Ecco perché mi è parso sensato accettare questo incarico a Bergamo.

Conservatorio e Accademia hanno tradizioni e metodi diversi: come favorire un vero incontro tra musicisti e artisti visivi?

In un’ottica moderna suoni e immagini sono facce di uno stesso fenomeno: la bellezza. Trovo quindi questa idea del Politecnico delle arti molto intelligente. E coraggiosa. All’estero ci sono tantissime università delle arti. Coniugare musica, pittura, scultura: meraviglioso. Certo, sulla conduzione di un’accademia di belle arti ho ancora da imparare, ma trovo questa sfida stimolante.

Si può immaginare una collaborazione più stretta con il Festival pianistico di Brescia e Bergamo?

Questa collaborazione esiste ormai da decenni. Credo però che si possa fare di più. Ricordo che quando ero ragazzo i migliori pianisti dell’allora Istituto Venturi di Brescia eseguirono in due serate l’intero ciclo «Mikrokosmos» di Bartók. Fu un’esperienza stimolante per quei ragazzi e per noi che li abbiamo ascoltati. Sarà bello parlare con gli amici del Festival per sviluppare nuove sinergie.

Qual è oggi la distanza più difficile da colmare fra una buona formazione artistica e la possibilità di vivere del proprio lavoro?

Questa è la grande domanda, ma credo che dobbiamo superare alcune vecchie idee. Pretendere che un flautista suoni in un’orchestra professionale può essere una chimera ai nostri giorni. D’altra parte, anche chi studia all’università non ha più la certezza assoluta di fare ciò per cui ha studiato. Oggi bisogna essere leggeri e aperti. Come chi studia economia potrà fare il libero professionista, così chi entra in conservatorio dovrà spostare l’attenzione dal concetto di posto fisso - un po’ alla Checco Zalone, per così dire - a un’idea più minimale. Se non suonerà in orchestra, lo farà in un ensemble, oppure a una festa e, magari, in quei luoghi informali dove fino a ieri non si sarebbe fatta musica. In parole povere, dobbiamo cercare di essere meno paludati e più spontanei.

Concludiamo con l’amato Mozart: quale pagina potrebbe accendere la passione per la musica classica in un giovane d’oggi?

A volte bastano solo due minuti di «Ave Verum» oppure tre ore di musica sublime come «Il flauto magico»: ogni composizione è un invito a scoprire ciò che può rendere più bello e speciale ciascun giorno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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