Un uomo di 80 anni che lavora come un ventenne potrebbe svelare una falla del sistema pensionistico. Non è il caso di Beppe Carletti, leader e fondatore, insieme con Augusto Daolio, dei Nomadi, il gruppo musicale italiano più longevo (nel mondo sono al terzo posto dopo Beach Boys e Rolling Stones).
Beppe è nato a Novi di Modena, un borgo di 10.000 anime che prima di lui era conosciuto solo per il lambrusco. Essendo venuto al mondo il 12 agosto del 1946 (12 agosto, giorno delle stelle: forse un segno del destino) oggi compie 80 anni. Eppure lavora come se non ci fosse un domani: 150/200 concerti l’anno (8.000 quelli fatti dal 1963 ad oggi) e una serie di impegni che lo portano una sera qua, una sera là. «Se non fossimo sempre in giro – dice – che Nomadi saremmo?».
Beppe è una trottola, un musicista da toccata e fuga: arriva nel pomeriggio, suona, riparte la notte. È costretto a farlo: non da qualcuno o da qualcosa, ma dall’amore per la musica, il palcoscenico e il pubblico. Solitamente la si misura in anni: la sua vita, invece, va misurata in chilometri percorsi, palchi calcati, mani strette.
Fisarmonicista e pianista, antidivo in jeans, maglietta e «chiodo» alla Fonzie, Beppe è uguale a se stesso da 60 anni. Solo i capelli si sono via via accorciati: prima sulle spalle, secondo la moda di allora, ora corti. Sta al successo come il generale Vannacci alla danza classica. Dice: «Non ho mai pensato alla fama come ad un obiettivo. Volevo solo divertirmi e vivere facendo ciò che amo».
Per gli altri
Ha un forte senso della solidarietà. Tra le molte iniziative ricorda con orgoglio e commozione il Concerto per l’Emilia organizzato dopo il sisma del 2012: «Grazie alla generosità del pubblico abbiamo raccolto quasi 1,2 milioni di euro, destinati alla ricostruzione di reparti ospedalieri di Carpi e Mirandola».
Musicista vulcanico, ma uomo schivo, Beppe tende a sminuire tutto ciò che fa: «Sì, vabbè, è normale…». Se gli fai un complimento, ti mette la mano sulla spalla con un «Csa sit a dîr?» (Ma che dici?). Tutto questo non gli rende giustizia. Così abbiamo chiesto di lui a un collega bresciano che lo conosce bene, perché spesso divide il palco con lui e Yuri Cilloni, voce dei Nomadi: Ugo Frialdi, frontman di Bandafaber. Da un paio di anni, infatti, Carletti fa dei concerti con Bandafaber, come quello dello scorso settembre al Vittoriale, per Rari Come Franci.

«Beppe è un papà – dice Frialdi –. Nonostante sia un mito che ha fatto la storia del cantautorato, è sempre molto disponibile. Lui è così: non solo con Bandafaber, ma con tutti. Ha un modo di fare che ti mette a tuo agio. Legatissimo ad Augusto Daolio e a Francesco Guccini, li ricorda ad ogni concerto, anche raccontando aneddoti su di loro».
Agli esordi della carriera «i discografici misero i Nomadi davanti alla scelta tra Guccini e Battisti: scelsero Guccini, che scrisse per loro brani bellissimi, come Dio è morto. Beppe mi raccontava che la Rai censurò quella canzone, Radio Vaticana, invece, no…».
Per quello che ha fatto, chiude Frialdi, «Beppe meriterebbe qualche riconoscimento in più. Sarebbe bello vederlo a Sanremo. Non in gara, ma per essere celebrato per quel che è: un grande».



