La rete sta a Montisola come i trabucchi alle coste adriatiche, nel senso che lo strumento più utilizzato per la pesca sul lago trova origine proprio sull’isola sebina, nato e diventato sinonimo di comunità. Ecco il perché dell’esistenza di un museo dedicato alla rete ed al suo utilizzo. È un «museo aziendale», voluto e creato da imprenditori che da sempre lavorano la rete e hanno voluto darle una sede rappresentativa. Daniela Bonaldi è socia dell’azienda, e responsabile del museo e delle visite. A lei chiediamo di spiegarci l’origine del lavoro, affidato alle donne.
Daniela Bonaldi, è vero che la particolare realizzazione della rete è un lavoro prettamente femminile?
La rete racchiude nelle mani agili delle donne una lunghissima storia che, iniziata come complemento della pesca, diventò la ragione stessa del vivere sul lago. È difficile stabilire come, a Montisola, abbia avuto inizio questa attività sviluppata in modo così intenso da diventare tradizione, vita, costume e storia. Le donne di Montisola sono state, di generazione in generazione, le protagoniste di una storia che all’uomo affidava la sfida sul lago e alla donna l’abilità di costruire lo strumento indispensabile e determinante per il pescatore.

L’origine della rete a Montisola è antichissima, si può risalire ad una data indicativa?
Le donne montisolane erano già abili retaie quando i Romani, insediati nelle dimore del Sebinus, utilizzavano le reti per la pesca, per la caccia, per le battaglie. Esse annodavano fili di cotone e canapa anche per il monastero di Santa Giulia di Brescia che, come testimoniano i documenti del IX e X secolo, avevano a Montisola e sul Lago d’Iseo riserve di pesca e pescatori che lavoravano per il monastero. Anche i monaci Cluniacensi, che nel 1000 abitavano l’isoletta di San Paolo, erano pescatori e retai. In seguito, almeno a partire dal XV secolo fu introdotto l’uso delle reti anche per la caccia.
Ci sono stati utilizzatori illustri delle reti di Montisola?
La tradizione orale, alcuni giornali ottocenteschi e alcuni retai, ancora oggi raccontano che Niccolò Machiavelli, per le reti usate nelle sue tenute di caccia, si rifornisse dagli artigiani di Montisola. Le tenute dei Savoia a Monza, quelle dei papi a Castel Gandolfo, quelle toscane dei principi rinascimentali, i “roccoli” del Manzoni a Lecco avevano reti fabbricate a Montisola.
Come prosegue la storia delle rete?
La produzione avveniva sempre nelle case, il prodotto ritirato e confezionato veniva venduto nei negozi di Brescia, Bergamo e Milano. Il Porto di Siviano era diventato il centro commerciale dell’isola. Poi, nel 1906 all’Esposizione Internazionale di Milano fu presentata una macchina francese per la tessitura delle reti detta Zang, che attirò immediatamente l’attenzione dei retai montisolani. Le nuove macchine arrivano sull’isola nel 1907, anno che segna l’affermazione e l’evoluzione dei retifici di Montisola. Peschiera Maraglio da villaggio di pescatori si trasformò nel paese dei retifici; nel 1930 vi erano tre stabilimenti in piena attività, che occupavano duecento operaie addette a sedici macchine.
La crisi arrivò con l’avvento delle fibre sintetiche?
Non solo. La collocazione delle aziende nei centri storici, che in passato era una caratteristica di pregio, nel tempo si rivelò un ostacolo. La manodopera aveva costi non più competitivi e ci fu la necessità di trasferire le aziende sulla terra ferma. Tanti retifici chiusero. Poi, negli anni ’80 del secolo scorso cominciarono ad imporsi le reti prodotte in Cina, Giappone e Corea, a prezzi inferiori.
E il Museo come nacque?
La Ditta Badinotti lasciò lo stabilimento al Porto di Siviano, e in questo retificio storico si insediò la ditta La Rete srl ridando vita ad un’antica fabbrica. Da qui nasce l’idea del museo, per documentare la storia.
Al suo interno cosa si trova di particolare?
Sicuramente il “naet”, la tipica imbarcazione da pesca lacustre, utilizzata ancora oggi, corredato di ceste, retini e reti di vario tipo e dimensione; poi gli attrezzi che utilizzavano le donne per filare, tessere ed intrecciare la rete, tra cui aghi più o meno lunghi, spolette, matasse, ognuna con il proprio nome dialettale, una sorta di collezione di famiglia, conservata molto bene. Alcune teche contengono elementi del vestiario delle donne isolane, mentre sono state ricreate anche le postazioni da lavoro e non mancano immagini d’epoca.
Ci sono pezzi unici?
C’è un documento storico del 1879 che riporta un esposto del sindaco e dei pescatori con la richiesta di regolamentare il periodo di chiusura della pesca. Ma il pezzo forte è la “Regagna” del 1930, una rete lunga 150 metri e profonda 60 con galleggianti fatti a mano, mantenuta viva perché la facevano bollire nella “peröla”, il paiolo, trattamento fondamentale per le fibre naturali, che si faceva annualmente. Le reti venivano fatte bollire con le bucce delle castagne che davano colorazione ma soprattutto resistenza.



