Mons. Maiolini: «Dobbiamo capire perché i giovani protestano e dialogare»

Il sacerdote presenta il corso di studio dell’Opera per l’educazione cristiana: «Parliamo di musica per capire cosa i ragazzi chiedono alla vita»
Gli studenti bresciani in manifestazione la scorsa settimana
Gli studenti bresciani in manifestazione la scorsa settimana

«La musica, la più immateriale e arcana espressione d’arte, che può avvicinare l’anima fino ai confini delle più alte esperienze spirituali, ha la sua grande parola da dire anche davanti al mondo di oggi; ha il compito tremendo e affascinante d’interpretarne le aspirazioni, le inquietudini, il brivido di assoluto; di placarne con un messaggio di serenità le oscure crisi di pensiero e di sentimento; di temperare l’aridità e il freddo, in cui lo possono avvolgere i pur raffinati strumenti del suo tecnicismo; ha una missione da svolgere in nome dei valori umani più alti e veri e duraturi, quasi per una propedeutica alle ardue conquiste dello spirito».

Con la sua straordinaria prosa, così Paolo VI si rivolgeva nel 1965 a professori e alunni del Conservatorio di Milano. Sessant’anni dopo la musica nel solco montiniana è il filo conduttore della cinquantesima edizione del Corso di studio e alta formazione organizzato dall’Opera per l’educazione cristiana. Ne paliamo con mons. Raffaele Maiolini, vicario episcopale per la cultura e «figura tramite» tra la Diocesi e l’Opec (di cui il sacerdote è anche consigliere).

Monsignor Raffaele Maiolini - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Monsignor Raffaele Maiolini - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

«I giovani e la musica, vita sociale, arte e cultura». Come siete arrivati alla scelta di questo tema per il corso?

Partendo dai giovani, che sono il nostro riferimento, l’Opera per l’educazione cristiana ha fatto una scelta intelligente ribaltando la prospettiva. Non siamo partiti dall’idea di trovare un modo per parlare di Paolo VI ai giovani, abbiamo fatto il contrario: intercettare i giovani lì dove sono e chiederci cosa papa Montini ha da dire loro. Se ci pensiamo è l’idea di una Chiesa in uscita.

Paolo VI aveva un legame molto profondo con l’arte e con gli artisti, quindi anche con musica e musicisti. Quale è stato il vostro spunto specifico?

Lo spunto è nato dalla «Lettera agli artisti» con cui si chiuse il Vaticano II; Montini sottolineava come la Chiesa ha bisogno degli artisti per imparare un linguaggio capace di esprimere lo spirituale. Non siamo allora solo un committente che dice all’artista cosa fare; abbiamo bisogno di imparare da loro. Tornando al nostro corso, ecco allora che vogliamo capire cosa la musica sappia dire oggi nella vita di un adolescente. Nella modalità musicale c’è già una modalità spirituale: la musica ti tocca le corde dell’anima e della mente, ti avvolge come un respiro.

C’è però anche il rischio di linguaggi o messaggi complessi, se non addirittura tossici, nei flussi musicali contemporanei. Come vi ponete?

È una questione che abbiamo posto anche al comitato scientifico. Sappiamo che la musica non è indifferente: ci sono note che aiutano a essere più «fertili» e produttivi, altre meno. Ma il nostro obiettivo è permettere al giovane di parlare attraverso il suo linguaggio, lasciandoci interrogare.

Le passate edizioni hanno riscosso particolare interesse e successo tra i partecipanti.

Soprattutto nei lavori di gruppo, i ragazzi dimostrano di avere tantissimo da dire se stimolati nel modo giusto. Addirittura, i giovani usciti da questo cammino negli anni scorsi oggi fanno da tutor ai più piccoli: i ragazzi non cercano il docente o il genitore, ma una via di mezzo, un pari che sappia accompagnarli.

Parlando di linguaggi giovanili e di espressione del sé, nelle piazze e nelle scuole vediamo tensioni, occupazioni e giovani che scendono in piazza a urlare il proprio dissenso. Anche nel mondo ecclesiale, le letture di quello che sta accadendo sono differenti.

Anche nella Chiesa, ovviamente, c’è dibattito, si cerca di capire quello che sta accadendo. Poi chiaramente le sensibilità di ognuno sono differenti, ma comune a tutti è la voglia di aiutare i giovani a crescere nel mondo migliore.

A proposito di punti di vista, nei giorni scorsi c’è stato anche il tradizionale dibattito attorno ad Halloween.

Come ha giustamente scritto don Marco Mori sul settimanale diocesano «La Voce del Popolo», la vera questione non sono i costumi di Halloween. Dico di più, con una provocazione: magari la questione fosse solo quella, avremmo già risolto il problema. Ma non è così.

Cosa pensa dei giovani che scendono in piazza?

Meno male che i giovani scendono ancora in piazza. Meno male che hanno il coraggio e la voglia di gridare che questo mondo, così com’è, non gli sta bene. E fanno bene, perché i problemi più grossi di questo mondo oggi non li stanno creando i giovani, li sta creando la terza età: penso a figure come Trump, Netanyahu, Putin. I ragazzi guardano a loro e dicono: io da grande non voglio essere così. È bellissimo che abbiano ideali così forti.

C’è la questione, non certo secondaria, dei danni e della violenza.

Ovviamente tutto questo è da stigmatizzare totalmente, ma anche in questo caso sarebbe troppo facile fermarci qui. I giovani troppo spesso si muovono in un mondo talmente virtuale e destrutturato che poi faticano a calarsi nella vita reale. Agli studenti bisognerebbe dire: vuoi scioperare? Vuoi manifestare? Ti spiego io come si fa, ti spiego quali diritti ti offre la nostra Costituzione. Se non li accompagniamo noi, poi arriverà qualche facinoroso o sbandato a cavalcare la loro protesta per altri fini. E arriva sempre.

Per usare un’espressione musicale, cosa dovrebbe fare, quindi, la Chiesa per stare dentro questo «accordo disarmonico» delle piazze giovanili?

«Dobbiamo mescolarci con loro. Lo facciamo già molto bene nelle parrocchie, ma lì intercettiamo una minoranza che ha già fatto una scelta di campo. La sfida è esserci nei grandi raduni, nelle scuole, rispettando la laicità delle istituzioni. Nella scuola, come Chiesa, ritengo che dobbiamo riprendere un’interlocuzione forte anche con i dirigenti e i docenti.

Il problema è che spesso il mondo degli adulti si muove con schemi che i giovani respingono. Un rischio concreto anche per la Chiesa.

Cito spesso una bellissima riflessione di don Luca Montini intitolato «Io sono io»: il sacerdote si è accorto che quando parlava con gli studenti partiva, appunto, da schemi vecchi. I giovani che protestano ci stanno dicendo: non assimilatemi a quelli che fanno solo casino; io ho bisogno di sentirmi ascoltato e di dire che ci sono. Ecco cosa deve fare la Chiesa: resettare i propri schemi, non avere paura di percorrere strade nuove, ascoltare e capire cosa il giovane vuole davvero dire attraverso quel grido. E così torniamo all’inizio: oggi più che mai deve essere Chiesa in uscita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Commenti

Le notizie della sera

Il riassunto della giornata, con le principali notizie e gli approfondimenti della redazione.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
Ogni mattina il tuo quotidiano ti aspetta in edicolaOgni mattina il tuo quotidiano ti aspetta in edicola

Approfitta della promo e abbonati per un anno a soli 0,80€ a copia

SCOPRI DI PIÙ
GdB Robotica - Dentro la trasformazione dell’industria brescianaGdB Robotica - Dentro la trasformazione dell’industria bresciana

L'approfondimento settimanale sulle tecnologie che stanno trasformando le imprese

SCOPRI DI PIÙ
SponsorizzatoNumerica Sales Academy: da allievi a protagonisti del proprio futuroNumerica Sales Academy: da allievi a protagonisti del proprio futuro

Diverse storie, un’unica esperienza di crescita: i partecipanti raccontano come la formazione e l’affiancamento sul campo li abbiano aiutati a scoprire il valore del lavoro nel mondo delle vendite