«Ho scelto di proteggere mia figlia Lula in molti modi, ma non la proteggerò dalla verità della sua storia». Che è tutta nelle pagine di «Arkansas» (edito da Mondadori e presentato ieri a Librixia), il memoir in cui Chiara Tagliaferri racconta il suo percorso di maternità, arrivata dopo anni di tentativi e grazie a un’alleanza fra donne, attraverso la Gpa (Gestazione per altri).
«Arkansas» nasce come diario per sua figlia. Si potrebbe definire anche un manifesto?
Non l’ho mai inteso come così, perché i manifesti sono spesso ideologici. Volevo invece che rimanesse aderente a quella che è una storia privata. Ma proprio perché è una storia privata, risuona universalmente. Il mio obiettivo non è convincere il mondo che la strada che ho intrapreso è quella giusta, anche se è stata giusta per me e probabilmente per molte altre persone. Voglio piuttosto far capire che le storie contengono infinite possibilità, ma vanno sapute ascoltare e vanno guardate con curiosità e con misericordia.
In Italia la Gpa è oggi reato universale: come vive il fatto che la nascita di Lula sia considerata tale?
Il desiderio di maternità per anni non l’ho avuto, e mi sono sentita dare dell’egoista; poi l’ho avuto troppo, e mi sono sentita dare dell’egoista lo stesso, perché la società stabilisce quando il corpo di una donna deve generare e quando non deve più generare. Siamo corpi controllati, auscultati e giudicati continuamente. La vera rivoluzione sarebbe poter dare alle persone – e non solo alle donne – la possibilità di diventare o non diventare genitori.
Il libro nasce da nove anni di attesa, dolore, incertezza: qual è stato il momento più difficile da vivere e da raccontare?
Quando è andato tutto male con la prima gestante e ho pensato che non ce l’avremmo mai fatta. Venivamo da tantissimi anni di tentativi faticosissimi. Ogni volta che fallivo mi sentivo inadeguata, sentivo che il mio corpo era sbagliato: ho attraversato una brutta depressione e intanto passavano gli anni, i giorni diventavano mesi e i mesi diventavano anni. Dai miei 40 anni sono diventata madre a 49 e ne ho compiuti 50 poco dopo. È un tempo infinito e ci vuole davvero molta fede.
Accanto a lei c’era suo marito. Come siete riusciti a custodire il legame di coppia senza farvi travolgere?
Nicola è sempre proiettato nel futuro, sempre convinto che tutto possa aggiustarsi. Io no, io contemplo l’Apocalisse. Ed è questo nostro modo così diverso di approcciarci all’esistenza ci ha in realtà permesso di resistere alle tempeste che abbiamo attraversato. Ma ci sono stati anni in cui eravamo ciascuno il custode della propria solitudine. Molte coppie si lasciano, si sfaldano. Noi siamo riusciti a stare insieme perché ci amiamo e vogliamo il bene reciproco.
Nel libro scrive: «Sono il patriarcato che combatto». Ha provato sensi di colpa?
Quando ho tentato la fecondazione eterologa ho mentito sui miei dati fisici alla clinica, per avere una donatrice che somigliasse a una bambina delle fiabe. E mi sono resa conto che quei canoni che disprezzo, che combatto, li ho introiettati. Perché alla fine, davanti a quella possibilità, mi sono detta: già che sto facendo tutta questa fatica, voglio una bimba bellissima. Non mi sono sentita in colpa: mi sono sentita onesta nel raccontarlo, perché se non l’avessi scritto avrei fatto un racconto lezioso. E poi la letteratura fa una cosa che il giornalismo non fa: permette di comprendere e di abitare anche i luoghi oscuri.
Si è mai chiesta cosa sarebbe successo se non fosse riuscita a diventare madre?
No, mai. A un certo punto ho pensato: forse non ci riuscirò. Ma in tutti quegli anni ero dentro a questo flusso, e l’ho attraversato, l’ho abitato, come si abitano le tempeste e le onde, con tutti i rinculi e tutti gli abissi in cui puoi sprofondare. Però sono andata avanti.
Guardandosi indietro che cosa prova per quegli anni?
Provo tenerezza per me e per Nicola. E un’infinita compassione.




