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Uyangoda: «La mia casa è la lingua, ma per scrivere devo allontanarmi»

La scrittrice e giornalista italofona sarà l’1 ottobre a Librixia con «Acqua sporca», fra mito del ritorno ed epopea di classe
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

La scrittrice Nadeesha Uyangoda con «Acqua sporca» ha conquistato il  Premio Opera Prima
La scrittrice Nadeesha Uyangoda con «Acqua sporca» ha conquistato il Premio Opera Prima

Un viaggio agli antipodi di ciò che è epico, grandioso, immortale. Un nostos che è parte omerico, in quel peregrinare d’un corpo stanco verso una casa che non è più quella che si è lasciata, ma è piuttosto vecchiaia e tempo agli sgoccioli; e parte épos a sé. Quello familiare e universale insieme fissato da Nadeesha Uyangoda nel suo romanzo «Acqua sporca» (Einaudi, 2025), selezionato nella dozzina dello Strega e vincitore del Premio Campiello Opera Prima. La scrittrice e giornalista italofona, che ha sostanziato la sua esperienza narrativa fra la Brianza e lo Sri Lanka, sarà ospite a Brescia giovedì 1 ottobre alle 21, all’Auditorium San Barnaba, nell’ambito di Librixia.

Lei è arrivata alla narrativa dopo due saggi di grandissimo impatto. Da quale urgenza narrativa è nato «Acqua sporca»?

C’era sicuramente un’urgenza, ma era un livello sottocutaneo. Ho sempre bisogno che qualcuno mi chieda di scrivere, per scrivere, e un giorno il mio editor di Einaudi l’ha fatto. La storia in realtà c’era già, ma era un romanzo molto più storico e con un arco temporale diverso. Lavorando insieme, poi, ha assunto la forma con cui è stato pubblicato.

Lei ha definito il romanzo un nostos. Ma qui a tornare non è Ulisse, ma un corpo stanco e sfruttato, un capitale umano che ha dato tutto. È più un’epopea del ritorno o un romanzo di classe?

Penso che sia entrambe le cose: ogni ritorno, come ogni partenza, porta con sé una serie di dinamiche di classe. Direi che è il ritorno di un’antieroina, connotato da sfortune e meschinità. Ed è allo stesso tempo veramente un romanzo di classe, perché sviluppa il concetto di povertà attraverso diverse geografie: c’è la povertà dei millennial, la povertà del lavoro in fabbrica, quella del lavoro di cura e la povertà come conseguenza della guerra. E poi ci sono riflessioni su come la classe sia preponderante nel determinare l’esistenza di una persona: la povertà è qualcosa che si aggrappa all’utero e si trasmette da una generazione all’altra. Non è qualcosa da cui ci si può liberare facilmente.

La copertina del romanzo
La copertina del romanzo

Oggi in Italia si parla di remigrazione. Cosa le risuona in quella parola? Che differenza c’è fra tornare a casa ed essere rimandati indietro?

Remigrazione è un modo edulcorato per dire deportazione, ovvero quelle politiche già messe in atto da Stati Uniti, Regno Unito, Europa e anche dall’Italia e che disumanizzano la persona migrante, togliendole la possibilità di muoversi liberamente in un territorio. Oltre a suddividere fra cittadini di serie A e di serie B. C’è una differenza sostanziale rispetto al desiderio di ritorno presente in «Acqua sporca», che ha invece a che fare col trovare la rotta verso casa da qualsiasi distanza. Questa casa non è necessariamente un paese reale, può essere anche un luogo immaginario, una famiglia: un’Itaca. Nel caso della protagonista è anche un approcciarsi alla morte, che comincia attraversando lo Stige.

Per lei, oggi, dov’è casa?

Non c’è una mappa per la mia casa. Probabilmente la lingua è l’unico spazio in cui mi sento al di sopra dei confini. Sono cresciuta nell’italiano, ho scelto l’italiano per scrivere, ed è nel suo utilizzo che trovo un approdo.

Nel romanzo ci sono parti in inglese e in singalese non tradotte. Cosa c’è dietro questa scelta?

È una scelta politica e poetica insieme. Politica perché la letteratura globale tende a considerare universali concetti occidentali come il football, le brughiere inglesi o il West americano. Non vengono tradotti perché si ritiene che anche chi vive in Thailandia o in Cina sappia cosa significano. A mia volta volevo che il lettore facesse uno sforzo nella lettura di questo romanzo, che cercasse, imparasse. Ed è una scelta poetica perché il background delle protagoniste è molto stratificato e questa stratificazione deriva anche dall’utilizzo di parole in lingue diverse.

In Italia quanto bisogno c’è di voci plurali?

In letteratura stiamo un po’ meglio di 15 anni fa, ma le voci plurali restano necessarie per stratificare l’immaginario, per dire che non esiste un solo orizzonte, ma diversi orizzonti o diversi modi di osservarlo. Detto questo, da osservatrice noto una presenza maggiore di donne rispetto agli uomini tra gli autori di seconda generazione o della diaspora. C’è poi il tema di ciò che viene richiesto dal mondo dell’arte a chi proviene da un contesto multiculturale: raccontare sempre se stessi. Io trovo necessario superare questo biografismo che, oltre ad avere un costo psicologico, implica che le persone con un bagaglio multiculturale non possano avere immaginazione o raccontare storie diverse dalla propria.

Nel libro Ayesha studia «al posto di sua madre». Quanto pesa, sulle seconde generazioni, il sacrificio dei genitori?

È una cosa presente. Per Jacobin Italia avevo scritto un reportage sull'istruzione delle seconde generazioni, spinte verso facoltà remunerative e poco verso la scrittura o l’arte, perché più precarie, anche per la necessità di contribuire al nucleo familiare. È la stessa dinamica dell’Italia del dopoguerra, dal lavoro nei campi dei genitori alla laurea dei figli. E si riproduce anche in «Acqua sporca».

Lei è arrivata in Italia dallo Sri Lanka a sei anni. Che cosa la colpì allora?

È stata la prima volta che ho preso l’aereo e ho visto la neve sorvolando le Alpi: è la cosa che più mi è rimasta impressa. Anche da piccola avevo una vera fascinazione per la neve.

C’è un libro o un autore che considera, in senso figurato, la sua vera terra patria?

Per me è Marquez, probabilmente «Cent’anni di solitudine». E direi anche Marguerite Yourcenar con «Memorie di Adriano».

Dopo questo romanzo, cosa viene? Sta già scrivendo un altro libro o ha voglia di tornare al saggio?

In questo momento sono curatrice, insieme a Paolo Di Paolo, Licia Troisi e Giorgio Zanchini, di «Più libri più liberi». La fiera dell’editoria indipendente sarà il mio impegno fino a dicembre. E poi non riesco a scrivere se sono in movimento, e in questo periodo lo sono, perché sto ancora facendo tante presentazioni. Non riesco a scrivere bene nemmeno a casa: ho bisogno di andare lontano. Da gennaio si vedrà. Avrò sicuramente bisogno che qualcuno mi dia l’input per iniziare a scrivere, ma non per pensarci. E infatti ci sto già pensando.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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