Alla fine di ottobre del 1924 si concretizzò la sistemazione di Giovanni Battista Montini alla Segreteria di Stato del Vaticano, e così il 7 dicembre finalmente poté informare i familiari «d’essere sufficientemente provvisto di pane quotidiano». La sua posizione era divenuta quindi stabile, l’incertezza era finita, Montini (ancora una volta) aveva seguito la via dell’obbedienza ai superiori, restava comunque il pensiero per la sua terra d’origine; così scriveva ai genitori: «Un certo senso di smarrimento mi perdura nell’animo, anche adesso che sono proposto di non rimpiangere ogni altro cammino, per compiere il mio con maggiore alacrità e tranquillità; ma mi sembra sempre d’essere una pianticella trapiantata in un terreno, dove cresce bene la quercia e l’edera parassita, ma dove a stento mette radice, mentre molte le furono strappate dal suolo nativo». Parliamo del carteggio montiniano con don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI.
Dalle lettere di Giovanni Battista Montini (definite un «singolare autoritratto») emerge chiaramente il suo stile di scrittura. Come si riflette la sua personalità nella lingua e nella scelta delle parole?
La lingua di Montini è uno specchio cristallino della sua sensibilità letteraria, colta e geometrica, ma anche del suo dramma interiore. Nelle lettere emerge chiaramente come convivessero in lui la prudenza diplomatica del suo ruolo curiale e la radicalità del suo giudizio morale. Dirò di più, la sua corrispondenza non può essere semplicemente «catalogata» come un insieme di documenti privati o ecclesiastici: ci troviamo di fronte a una vera e propria forma letteraria.
È stato anche per questo che il Ministero della Cultura ha recentemente riconosciuto al vostro lavoro sul Carteggio montiniano lo status di «Edizione nazionale»?
Esatto, questo riconoscimento ministeriale sancisce ufficialmente che Montini non è stato soltanto un grande pastore della Chiesa, ma un intellettuale e uomo di lettere che ha segnato profondamente la cultura del nostro Paese. I suoi scritti meritano di essere custoditi e trasmessi alle generazioni future come un patrimonio culturale nazionale, non solo ecclesiale.

Cosa cambia per voi con questo riconoscimento?
Dal punto di vista pratico e metodologico non cambia molto: il rigore nel lavoro di trascrizione, annotazione ed edizione scientifica dei documenti resta il medesimo. Cambia però, in modo radicale, il quadro istituzionale.
Torniamo allo stile delle lettere, uno stile che si ritrova anche nelle comunicazioni più pratiche alla famiglia.
La forma è sempre molto raffinata, su questo non transige mai. Lo stile elegante riflette le sue letture. Possiamo aggiungere che Montini, fin da giovane, ritiene sicuramente l’attività epistolare come una vera e propria cultura letteraria non solo privata.

Nelle lettere troviamo appunto la quotidianità, ma anche riflessioni e analisi su quello che sta accadendo in Italia, soprattutto nel carteggio con il padre Giorgio.
Le lettere di Montini sono veri e propri documenti storici, c’è ovviamente molta cautela, ma don Battista non si nasconde, soprattutto con il papà. Sul fronte, per esempio, della Fuci, Montini è attentissimo a non compromettere i giovani dell’associazionismo cattolico presi di mira dal regime, eppure, nel privato della corrispondenza familiare, la sua prosa si fa affilata, quasi profetica. Le sue radici antifasciste sono profonde - legate anche al trauma dell’assalto squadrista del 1922 al giornale Il Cittadino di Brescia. Scrivendo ai suoi, usa formule di straordinaria forza letteraria e politica, arrivando a profetizzare che «il fascismo morirà di indigestione... e sarà vinto dalla propria prepotenza».
È una lingua che unisce l’eleganza formale a una profonda amarezza civile.
C’è un passaggio straordinario in cui Montini scrive: «Quello che è doloroso è che il popolo italiano venga così a ricevere la esiziale educazione della volubilità e dell’avventura». Ecco, in questa scelta di vocaboli come «esiziale», nella precisione chirurgica con cui analizza il danno antropologico impresso dal fascismo sui giovani, si avverte la sua statura di uomo di lettere. Non c’è mai una parola fuori posto, mai un cedimento alla retorica del tempo. La sua è una costante ricerca del termine esatto, capace di farsi strumento di mediazione culturale, ma anche di severo giudizio storico e di profonda carità educativa.

Questo secondo volume, giunto al quinto tomo, si concentra appunto sul cosiddetto decennio fucino (1924-1933). Dal punto di vista documentario, ci troviamo di fronte a una vera e propria esplosione di materiali rispetti al primo volume.
Decisamente sì. Se per gli anni della giovinezza (1914-1923) avevamo raccolto 1.621 lettere, in questo decennio la mole è quasi quadruplicata, superando le 6.000 lettere. Un’impennata vistosa che ci ha spinti a dividere la pubblicazione in due tranches: la prima dal 1924 al 1929, e la seconda dal 1930 al 1933, ponendo la cesura storica nell’anno del Concordato, che ebbe ripercussioni non semplici sulla Fuci. Ma mentre il suo silenzioso lavoro come minutante nella Segreteria di Stato non lascia traccia nell’epistolario - perché coperto da un doveroso, giurato e assoluto riserbo - la corrispondenza privata con gli studenti universitari, i professori e gli assistenti ecclesiastici è immensa e vivace. Ci restituisce il Montini «educatore alla fede» e formatore di quella classe dirigente cattolica che guiderà il Paese nella Resistenza e nella ricostruzione democratica del dopoguerra.
Raccogliere questa vastissima rete di contatti abbia posto sfide filologiche e di ricerca non indifferenti. Come avete lavorato per raggiungere la completezza?
Inseguire queste carte è stato un obiettivo tanto energico quanto, in un certo senso, impossibile. I corrispondenti sono centinaia, sparsi in tutta Italia e ormai tutti defunti; rintracciarne gli eredi, spesso ignoti, è stata un’impresa ardua. Fortunatamente abbiamo beneficiato di un lavoro di scavo iniziato da lontano. Già nel 1976 monsignor Michele Maccarrone raccolse oltre 20.000 documenti dei vertici fucini degli anni ’30; materiale che Paolo VI stesso donò alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Negli anni ’80, poi, il nostro segretario Nello Vian convocò gli ex fucini chiedendo fotocopie di lettere, appunti di ritiri e ciclostilati. Se i quadri direttivi hanno risposto con abbondanza, la sfida odierna è stata intercettare le carte dei «semplici militanti», i giovani marginali che Montini però seguiva con identica, straordinaria attenzione nei momenti di difficoltà.

Come procede la pubblicazione?
Direi che per concludere il secondo volume ci mancano almeno due tomi. Poi dovremo pubblicare gli indici. Vorrei sottolineare il gigantesco lavoro per l’apparato storico/editoriale: di tutti i personaggi che entrano in contatto con Montini abbiamo ricostruito, per quanto possibile, la biografia. E non solo: le introduzioni ai volumi sono saggi approfonditi e corposi.
Non vi limitate quindi solo a pubblicare le lettere così come sono?
Direi proprio di no. Ma non solo, terminata questa pubblicazione passeremo al periodo meno conosciuto di Montini, ovvero quello da Sostituto in Segreteria di Stato. In Vaticano c’è una mole immensa di documentazione, abbiamo già iniziato il percorso con l’Archivio.




