«Tutte le vite del mio Jack London, dal mare al mito del grande nord»

Lo scrittore e traduttore Davide S. Sapienza chiude a Paspardo il Festival Oltreconfine con un incontro in occasione del 150esima dalla nascita
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Jack London con la moglie Charmian Kittredge
Jack London con la moglie Charmian Kittredge

Cimentarsi in una chiacchierata con Davide S. Sapienza è un po’ come imbarcarsi sullo Snark per circumnavigare il globo; o partire per il Klondike a caccia d’oro e ritrovarsi con un giacimento incredibile, ma non di pepite.

Come accadde a Jack London (1876-1916) che dalle sue traversie nello Yukon non ne riportò a casa «neppure un’oncia», ma fu ripagato da una miniera di storie. Quelle che servirono a generare capolavori come «Zanna Bianca» (1906) e «Il richiamo della foresta» (1903) e contribuirono a plasmare il mitologico immaginario di uno scrittore che, a dispetto delle credenze comuni, era in realtà un figlio del sole e del mare della sua California. Un «vagabondo delle stelle» che in quarant’anni di vita e quindici di produzione artistica condensò la biografia di almeno sette uomini insieme: marinaio, reporter di guerra, pioniere dell’agricoltura, fotografo, profeta letterario e altro ancora…

Una figura spesso ridotta ai suoi titoli best-seller ma che, con l’occasione del 150esimo anniversario dalla nascita, verrà approfondita stasera a Paspardo (alle 21 al centro polifunzionale) nella serata conclusiva del Festival Oltreconfine, che vede alla direzione artistica Stefano Malosso. Ospite d’eccezione sarà proprio lo scrittore e traduttore Davide S. Sapienza, membro del comitato internazionale al lavoro sull’opera omnia di London per l’Oxford University Press e fra i pochi ad aver potuto maneggiare i manoscritti conservati alla Huntington Library di San Marino, California. Ma soprattutto uno che con London ha sviluppato una connessione istintiva, una corrispondenza d’avventurosi sensi, di cui hanno beneficiato edizioni critiche e traduzioni.

Davide S. Sapienza
Davide S. Sapienza

Cosa l’ha portata in prima istanza ad avvicinarsi a Jack London?

Sono sempre stato un lettore vorace, ma London non è stato fra i miei primi amori. Solo più avanti ho preso in mano «Martin Eden» e ne sono rimasto colpito. Ho iniziato a documentarmi e ho scoperto che la sua vita era estremamente interessante. Così è stato un po’ come le ciliegie e non mi sono più fermato. Ricordo che nel 2000 ho fatto un rally di sette giorni in mountain bike fra Engadina e Valtellina leggendo ogni sera un capitolo de «Il richiamo della foresta». È un libro incredibile, scritto da un autore poliedrico al punto da far sorgere il pensiero che non fosse un uomo solo.

Eppure spesso il nome di London viene associato solo alle storie per ragazzi e al Grande Nord....

A livello di critica ha patito le due guerre e il raffronto con Hemingway. Al contempo è stato a lungo considerato un autore di serie B perché ha avuto il grave difetto, almeno dal punto di vista degli intellettuali di una certa formazione e di un certo periodo storico, di aver avuto successo. Ancor oggi i suoi libri più celebri vendono tantissimo. Vai su Ibs e trovi, chessò, trentasei versioni di «Zanna Bianca». A quel punto a nessuno interessa più di tanto mettere il focus su altro.

Chi è invece il Jack London politico, distopico e sociale che a lei preme di più raccontare?

Era sfrontato nel senso migliore del termine. Credeva nella fratellanza dell’umanità, declinandola in ogni genere letterario e sostenendo che questa fratellanza si sarebbe compiuta solo abbattendo il capitalismo. Era un visionario. Aveva la capacità di vedere cose che sarebbero accadute senza teorizzarle, ma andando dritto alla sostanza. Era una specie di lana merino della letteratura (ride, ndr). E poi lui scriveva soprattutto per chi non leggeva abitualmente, ma quelli che si appassionavano dei suoi racconti si ritrovavano senza saperlo a recepire uno dei suoi insegnamenti. Come quello contenuto ne «Il vagabondo delle stelle», forse il suo libro più bello e doloroso da tradurre: non si può uccidere la vita.

In che modo la sua personale esplorazione del territorio influenza il modo in cui traduce la natura selvaggia di London?

Le faccio un esempio. Con l’editore Mattioli 1885 di Fidenza abbiamo deciso di pubblicare «To Build a Fire» (1908), fino ad allora erroneamente reso con «Allestire un fuoco» o «Fare un fuoco». Una traduzione sbagliata, anche a livello idiomatico: «to build a fire» significa proprio costruire, preparare un fuoco. Ho così capito che i traduttori precedenti non avevano mai vissuto un'esperienza nella natura: non dico nello Yukon, ma neanche sull'Adamello. Non sapevano cosa significasse lottare con il gelo per raccogliere la legna, attenti a non farla cadere nella neve, come avviene nel racconto. Quella mia traduzione ha colpito anche Marco Paolini, che ne ha tratto lo spettacolo «Uomini e lupi».

Il Festival Oltreconfine unisce il pensiero al territorio. Che effetto fa portare i grandi spazi di London in un contesto montano e valligiano come questo?

C’è un magnete che mi attira verso la Valcamonica, oltre al fatto di abitare praticamente qui a un passo. L’incontro dura un’ora, ma per parlare di London me ne servirebbero dieci. Non ho ancora deciso come attaccherò, , ma proverò a sorprendere il pubblico. Magari partendo da un classico famosissimo come «Zanna Bianca» per dimostrare come il tempo ci permetta di reinterpretare continuamente un testo. C’è un momento in cui il lupetto, unico superstite della cucciolata, si avvicina troppo a quella luce bianca da cui la madre cerca di proteggerlo. Le similitudini tra questa scena e il mito della caverna di Platone sono incredibili. Se portiamo questa intuizione alle estreme conseguenze, arriviamo dritti alle idee politiche di London che definiva la nostra civiltà come una società di sonnambuli.

Passando invece all’ambito privato, la seconda moglie di London, Charmian Kittredge, è stata una figura straordinaria ed emancipata per la sua epoca. Che ruolo ha avuto, concretamente, nella produzione letteraria del marito?

Il prossimo anno usciranno finalmente in America i diari di Charmian, che coprono il periodo dal 1904 in poi. Non conterranno rivelazioni scandalistiche, ma faranno comprendere chiaramente come il suo ruolo sia stato fondamentale per la riuscita di quei libri. Charmian era una letterata e aveva già pubblicato due opere. Il loro processo creativo era molto stretto: lui scriveva i fogli a mano e li passava alla moglie, di cui si fidava ciecamente, affinché li dattiloscrivesse. Il suo contributo era tale che lo scrittore arrivò a dirle: «Tu sei il 60% dei miei libri». Era una donna estremamente emancipata per l’epoca: hanno vissuto una vita libera e hanno viaggiato sempre insieme. Lei non era semplicemente la compagna di un autore famoso, era la sua mate, come dicono gli americani: l’amica e complice di cui non poteva fare a meno. L’operazione editoriale dei diari consentirà una giusta rivalutazione di questa figura, arricchendo anche il mito di London.

Per quasi un secolo la morte sua è stata liquidata come un suicidio. Qual è la verità?

Quella tesi è stata confutata negli anni ’70 da documenti medici. Ma sarebbe bastato un aneddoto: a un miglio dalla sua casa c’è una diga che viene utilizzata per irrigare. La notte fra il 21 e il 22 novembre la diga ha problemi e quando il suo assistente Nakata lo avverte lui si arrabbia da morire. Ma le pare che uno che si sta per suicidare stia a preoccuparsi della diga che perde? Ciò ovviamente non toglie che abbia avuto una vita alcool, morfina e rock and roll.

Che lettura consiglierebbe a qualcuno che si è mai approcciato a London?

Se proprio devo scegliere dico «Il richiamo foresta», «Il lupo di mare», «Martin Eden» e «Il vagabondo delle stelle».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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