Peter Greenaway: «A 84 anni sono ancora a caccia di nuove ossessioni»

La sua biografia rifugge la tradizionale etichetta di regista, piuttosto modellando sulla sua figura la definizione di artista totale e visionario, in grado di fondere pittura, cinema, scrittura e tecnologie per scardinare i confini della narrazione. Colto, anzi coltissimo, ossessionato dall’estetica e dall’equilibrio architettonico, ha compendiato nelle sue opere un immenso archivio di suggestioni visive. E adesso che ha da poco compiuto 84 anni non ha alcuna intenzione di smettere.
Peter Greenaway approda a Brescia giovedì, protagonista alle 18 in Santa Giulia di un incontro a tu per tu con l’artista Francesco Vezzoli. Nell’ambito della loro «Conversazione fra antico e contemporaneo» ci sarà spazio anche per parlare di «He Read Deep Into The Night» (Si immerse nella lettura fino a notte fonda), primo volume di un ambizioso progetto editoriale che punta a raccogliere in cinque libri i racconti brevi e brevissimi di Greenaway accompagnati dalle illustrazioni di Stefano Bessoni.
Le città d’arte italiane come Brescia giocano spesso un ruolo centrale nella sua estetica. Quale fascino esercitano su di lei?
Non visito Brescia da molto tempo e ci torno volentieri. Come penso sappiano in molti, il mio entusiasmo per la storia e la cultura italiana si è tradotto negli anni in moltissime visite e un gran numero di progetti cinematografici, installazioni, produzioni letterarie e opere pittoriche.
Un amore, quello per il nostro Paese, nato in gioventù…
È iniziato tutto quando ero uno studente d’arte negli anni Sessanta e scorrazzavo su e giù per l’Italia: Roma, Milano, Venezia, Napoli, Pompei, Ischia, Parma, Lucca... e innumerevoli altri luoghi in cui tornavo puntualmente per festival e concorsi, grandi e piccoli, celebri o totalmente sconosciuti; visitando università, siti archeologici, teatri e anfiteatri. Sono felice quando ricordo le straordinarie opportunità che ho avuto di vedere cose ed essere parte di eventi, sentendomi un privilegiato. Sono sempre felice di tornare qui a scoprire altri tesori…
Sarà ospite anche in Valcamonica. Conosce il patrimonio delle incisioni rupestri?
Assolutamente sì. È affascinante come questi segni sulla roccia suggeriscano il desiderio precoce e persistente dei camuni di registrare, narrare e formalizzare le loro esperienze. Ci ricordano che la creazione di immagini precede la scrittura, e forse persino il linguaggio strutturato. Sono davvero curioso di vedere come questi segni abbiano superato la prova del tempo, continuando a parlarci attraverso di esso.
Quale è la fonte principale della sua creatività?
L’ispirazione mi è giunta infinita e per tutta la vita ho risposto restando il più possibile aperto e ricettivo. E tutto ciò si è riversato nei miei film, libri e dipinti. E ora, a 84 anni, spero in altri stimoli ancora. Il mondo è infinito, illimitato e multiforme. L’ironia è una mia grande amica, un atteggiamento essenziale e un livellatore contro il rischio di prendersi troppo sul serio.
Arrivato a questo punto ha scoperto quale è per lei il mezzo espressivo più congeniale?
I miei entusiasmi più grandi e duraturi hanno ancora molto a che fare con la pittura. Le tecnologie vanno e vengono. Tuttavia raramente desidero limitare le possibilità. Ma la pittura ha mantenuto quella originaria capacità di eccitarmi e ispirarmi continuamente.
Ha di recente pubblicato un libro di racconti. Ce ne parla?
Attualmente la mia ispirazione si sta continuamente traducendo in una serie di scritti brevi o estremamente brevi, che solitamente prima scrivo e solo qualche volta leggo al pubblico. Complessivamente ho prodotto qualche migliaia di queste storielle, che ora sono state illustrate in un libro. Anzi, spero potenzialmente diversi libri. I pregi di tale brevità sono, ovviamente, discutibili. Non sono del tutto convinto che la brevità sia sempre una virtù in ogni situazione. Se fossi d’accordo, cosa si dovrebbe pensare delle opere estremamente lunghe alle quali sono stato spesso associato?

Si potrebbe definire la raccolta «He Read Deep Into The Night» un tentativo di fare sintesi fra scrittura, cinema e illustrazione?
Il rapporto fra la parola scritta e la sua interpretazione visiva, per me, non è una novità. Il cinema fa quasi sempre la sua prima apparizione sotto forma di testo di qualche tipo: un cineasta ha infatti bisogno di un punto di partenza per affascinare i finanziatori e stimolare l’attenzione. Il testo è spesso il modo iniziale per farlo. Parecchi scritti, nel corso della mia carriera, sono stati trasformati in lungometraggi. All’ultimo conteggio direi una quindicina su un totale di sessanta film, partendo da «I misteri del giardino di Compton House» fino a «I racconti del cuscino» e «Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante». A volte invece le storie hanno preso forma più breve, come mostre di pittura, prodotti televisivi e addirittura opere liriche: «Il cuoco e il ladro» continua ancor oggi a manifestarsi su palcoscenici di diversa grandezza. E ne ho trasformati alcuni in performance dal vivo che ho portato in tutto il mondo. Infine, la casa editrice francese Dis Voir ci ha ricavato 12 volumi disponibili in inglese e francese.

Quindi è la parola scritta a dominare oggi il suo pensiero creativo?
Mi sono formato come pittore e sono convinto che la pittura sia il mezzo primordiale delle idee. Dipingo più spesso che posso. Ma è ormai onnipresente la diffusione di manufatti culturali in molteplici forme.
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