Isabella Leardini, con il libro «Maniere nere» (Mondadori, 128 pp., 18 euro), è tra i cinque autori finalisti del Premio Strega Poesia che sarà assegnato il 13 ottobre prossimo. Oggi, domenica, si può ascoltarla a Lovere, sul lago d’Iseo, dove è ospite del festival di poesia InCerti Luoghi promosso dall’Associazione culturale Molecole.
Alle 10.30, nella Galleria dell’Accademia Tadini, Leardini dialogherà con il giornalista Stefano Malosso, accompagnata dalle letture di Giuseppina Turra. Parlerà anche di «Costellazione parallela», l’antologia edita da Vallecchi in cui ha raccolto i testi di sedici poetesse del ’900 «escluse dal canone». Di entrambi i libri abbiamo parlato con l’autrice, che tornerà nel Bresciano a fine luglio: è stata selezionata tra i sei finalisti del Premio Pontedilegno Poesia.
Leardini, la poesia
, in «Maniere nere», emerge da un lavoro sull’oscuro, sull’invisibile?
Sì, è legata a un’idea della parola poetica intesa come qualcosa che richiede prima di tutto un lavoro sull’oscurità, sull’indicibilità, perché infine l’immagine possa emergere. Nella tecnica d’incisione chiamata «maniera nera» il disegno nasce dal solco più in profondità, dove l’inchiostro non può arrivare. Allo stesso modo, la parola poetica emerge per sottrazione, a volte anche per sottrazione di coscienza, come qualcosa consegnato al di là di un buio che può essere attraversato.
Nel libro questa oscurità è rappresentata dalla presenza della morte? Poesie sono dedicate ai bambini non nati, «morti prima di morire», alle poetesse suicide…
Siamo abituati a pensare alla morte come assenza, invece in questo libro la morte è un agguato e nello stesso tempo una presenza continua, come una soglia che percorriamo e che coabita con noi. All’origine c’è anche un’esperienza biografica, l’impossibilità di generare: non prevedevo di scriverne, ma a un certo punto si è imposta per via di visione e ho dato voce a queste presenze. Moltissime, poi, sono le autrici morte suicide: dall’ingiustizia delle loro storie è nato il poemetto dal titolo «I nostri piedi sono stretti nelle scarpe che vogliamo», come se questo ruolo che spesso desideriamo fosse qualcosa da cui difficilmente usciamo.
Molte presenze simboliche sono attinte al mondo naturale: le conchiglie, i fiori, il mare…
Ho cucito i testi per nuclei simbolici che mostrassero alcuni elementi ossessivi ricorrenti, legati proprio ad elementi naturali. I fiori sono l’emblema generativo per eccellenza, considerati il simbolo femminile di bellezza e fragilità. In realtà le donne che nel ’900 evocavano fiori e conchiglie li vedevano come simboli capaci di raccontare il mutamento, la metamorfosi, la morte, il tempo. Sia i fiori che le perle compaiono qui anche come simboli della poesia stessa: filo conduttore del libro è un’idea di scrittura come atto generativo, come segno di permanenza.
Come ha scelto le autrici di «Costellazione parallela»?
Ho curato il libro pensando a tante ragazze che potrebbero iniziare a scrivere guardando a queste poesie. Strada facendo, mi sono accorta di quanto lo stereotipo di genere avesse lavorato sul modo in cui queste autrici erano state selezionate e raccontate. Ho voluto così creare una coralità che mostrasse il secolo breve, partendo idealmente dal 1904, con «Maternità» di Ada Negri, e fermandomi ad Alda Merini e Amelia Rosselli, le due non dimenticate. Dopo di loro, le autrici nate dalla metà degli anni ’30 in poi hanno fatto sì che le donne non potessero più essere così facilmente escluse dal canone.
Lei fa laboratori con gli adolescenti: è ancora possibile coinvolgerli con la poesia?
Sì, proprio per la sua caratteristica di rapporto con l’indicibile. Nella poesia, ciò che ci sembra impossibile da guardare in modo frontale può presentarsi come una mappa d’immagini e pensieri che racchiudono qualcosa di rivelatore, ma nello stesso tempo non sono svelati fino in fondo. Questa idea appartiene fortemente all’adolescenza, proprio perché è un’età di grandi iniziazioni ed emozioni, e di confronto con ciò che si presenta come difficilmente decifrabile.



