Enrico Testa: «Vedo l’empireo da rasoterra annaspando nelle foglie secche»

Il poeta e studioso sarà domani a Breno ospite della tredicesima edizione del festival di poesia InCerti Luoghi promosso dall’Associazione culturale Molecole
Il poeta Enrico Testa
Il poeta Enrico Testa

Enrico Testa è uno dei più apprezzati poeti italiani (l’ultima raccolta, intitolata «L’erba di nessuno», è pubblicata da Einaudi, 152 pp., 13 euro), ma è anche traduttore e studioso di storia della lingua italiana, che insegna all’Università di Genova. È dunque in grado di spaziare su molti registri, e così farà domani pomeriggio, sabato, a Breno, ospite della tredicesima edizione del festival di poesia InCerti Luoghi promosso dall’Associazione culturale Molecole.

Alle 17, nella Villa Montiglio Taglierini in via Mazzini, Testa dialogherà con il critico letterario Massimo Raffaelli. A lui abbiamo chiesto delle sue poesie e della progressiva «dissoluzione» della lingua italiana di cui scrive in un libro originale, «Pronomi» (Einaudi, 374 pp., 20 euro), ricco di riflessioni colte e di divagazioni serie e ironiche sul valore delle parole e il ruolo centrale della poesia.

Professor Testa, lei scrive che la poesia smentisce il principio di non contraddizione. In che modo?

Nel mio modo di intenderla, la poesia è quella condizione di scrittura in cui non sempre A è il contrario di B. La memoria, il sogno, a volte una condizione intermedia tra sonno e veglia sono parenti della scrittura poetica: da lì nasce questo tratto non riconducibile alla dimensione logica. Questo è anche un elemento di ricchezza della poesia, perché ci permette di vedere le cose in una maniera leggermente diversa da quella a cui ricorriamo abitualmente nella quotidianità.

È quell’«eco sfuggente delle cose» di cui scrive in un verso?

Sì, la possibilità di trovare dietro alla superficie qualcosa di diverso da ciò che vediamo. E tutto questo si lega molto a un senso di precarietà, di fragilità del soggetto stesso, che sia empirico o semplicemente quello che dice «io» nei versi.

Diverse sue poesie scavano in un attimo della vita quotidiana…

Credo che il rapporto con qualcosa concretamente avvenuto sia un elemento costante. Non è un tipo di scrittura in cui si parte con un progetto e lo si sviluppa a tavolino, come a volte succede con i romanzi. Qui la poesia nasce spesso da un dato concreto o da un’associazione di parole che emergono da un fatto.

L’irraggiungibile «sale da terra, non scende dall’etere». Molte sue poesie sembrano nascere proprio dal rapporto col mondo naturale.

C’è anche qui un’origine molto concreta: mio nonno faceva il contadino e io sono sempre rimasto legato alla dimensione terragna della realtà. I richiami trascendenti o i cieli dell’empireo li vedo da rasoterra, annaspando nelle foglie secche.

Perché nella sua opera è così importante la memoria?

Secondo me la poesia ha il grande compito di mantenerla viva, anche se è una partita persa in partenza: mantenere vivo qualcosa che non c’è più, il ricordo di una persona o di un luogo che uno vorrebbe stabile, immobile, quasi intangibile, ma poi ci si rende conto che è il risultato di un’invenzione. Noi crediamo di ricordare qualcosa, ma in realtà lo costruiamo. Come quelle foto ingiallite in cui si stenta a riconoscere i tratti di una figura lontana; credo però che sia bene guardarle.

Si può esprimere la complessità pur scrivendo con chiarezza?

Credo di sì. Se la poesia mantiene qualche aspetto di mistero, forse deve farlo più per il modo in cui è costruita che per l’uso di parole strane o preziose, o giochi di carattere avanguardistico. Chiarezza e complessità non si escludono a vicenda e questo è un altro esempio di violazione del principio di non contraddizione.

Ha scritto che oggi le parole «vengono uccise in più modi»: a che punto è il delitto?

Alcuni storici della lingua manifestano un certo ottimismo. Si dice, ad esempio, che non si è mai scritto così tanto come oggi, in riferimento ai messaggi trasmessi attraverso il cosiddetto italiano elettronico. Dall’altro lato c’è una visione critica, a cui mi sento più vicino: quel tipo di scrittura, infatti, è abbastanza strumentale e la cosa più grave è che spesso non si distinguono i registri, cioè si usa quella scrittura anche dove bisognerebbe essere più accurati nella sintassi o nella scelta delle parole.

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