Sul chilometrico manto color giallo dalia c’era chi prendeva il sole, chi passeggiava guardandosi attorno, chi tentava di correre, chi ballava, chi arrivava dall’acqua, chi meditava, chi arrivava dagli accessi a terra, chi percorreva tutta la passerella e chi sceglieva di fare solo un tratto. C’era chi scattava fotografie e soprattutto chi riempiva la galleria del cellulare di selfie. Era il periodo d’oro degli autoscatti e della prima era di Instagram. «The floating piers» fu un successo anche per questo. Christo e Jeanne-Claude, i coniugi-artisti che firmarono l’opera, ebbero il merito di portare un milione e seicentomila persone sul Sebino. Letteralmente. Grazie a loro passeggiamo sull’acqua, compiendo un’esperienza impossibile in natura, ma possibile grazie all’arte.
Ricapitoliamo, quindi. Nel decennale, è tempo di tirare fuori i telefonini e scorrere la galleria fino al 2016, riguardando quelle foto che probabilmente non si guardano da tempo ma che testimoniano un pezzo di storia dell’arte. Andando al di là dell’orgoglio territoriale: «The floating piers» fu l’opera d’arte più vista al mondo nel 2016 e fu nominata tra le opere dell’anno dal New York Times.

La genesi
Quando «The Floating Piers» venne inaugurata il 18 giugno 2016, il pubblico vide il risultato finale di un processo creativo e organizzativo che durava da anni. Il modus operandi artistico di Christo e Jeanne-Claude è sempre stato, infatti, quello delle grandi installazioni pubbliche. Dopodiché, bisogna tornare indietro al 2014, ovvero a quando Christo, tramite Germano Celant, contattò la famiglia Beretta (proprietaria dell’isola di San Paolo) e le autorità locali. Ma la vera genesi è ancora più antica: «The floating piers» fu concepito da Christo e Jeanne-Claude nel 1970.
L’artista bulgaro-americano aveva già immaginato un progetto simile in passato. Inizialmente aveva pensato alla baia di Tokyo e successivamente ad altri contesti, senza riuscire a concretizzarlo. La soluzione arrivò sul lago d’Iseo, dove trovò le condizioni ideali per realizzare la sua visione: collegare la terraferma a Monte Isola e all’Isola di San Paolo attraverso una struttura galleggiante percorribile liberamente. Per Christo e Jeanne-Claude l’opera non doveva essere solo osservata a distanza (i monti che circondano il Sebino erano perfetti per questo scopo). Doveva essere vissuta, perché nell’arte pubblica la gente non è solo spettatrice, ma parte integrante del lavoro artistico.
Com’era la passerella sull’acqua
L’installazione collegava Sulzano a Monte Isola e all’Isola di San Paolo. La struttura era composta da circa 220mila cubi in polietilene ad alta densità ancorati al fondale del lago e ricoperti da un tessuto giallo-arancio cangiante che cambiava colore in base alla luce e alle condizioni atmosferiche. Lunga circa tre chilometri sull’acqua e completata da ulteriori tratti pedonali nei centri abitati, la passerella era larga 16 metri e consentiva alle persone di muoversi liberamente senza percorsi obbligati.
Uno degli aspetti più sorprendenti era la sensazione fisica. La struttura seguiva il movimento delle onde, ma senza l’invadente dondolio tipico delle barche, e dava così l’impressione di camminare realmente sull’acqua. Molte persone tornarono più volte proprio per rivivere quella sensazione. «Chi camminò sui floating piers ebbe la sensazione di camminare sull’acqua, o sulla schiena di una balena», disse Christo.
L’accesso era gratuito ventiquattr’ore su ventiquattro (anche se a un certo punto si decise, per questioni pratiche e di sicurezza, di chiudere i piers nelle ore notturne). Una scelta coerente con la filosofia di Christo, che finanziava le proprie opere attraverso la vendita di disegni preparatori, collage e bozzetti, senza sponsor e senza biglietti d’ingresso.
Sedici giorni che cambiarono il Sebino
L’opera rimase aperta soltanto sedici giorni, dal 18 giugno al 3 luglio 2016, che bastarono tuttavia per trasformare il lago d’Iseo in una delle destinazioni più fotografate e raccontate del pianeta. Le immagini della passerella invasero televisioni, giornali, siti internet e social network. Il Sebino divenne improvvisamente familiare anche a chi non ne aveva mai sentito parlare.
Secondo i dati della Fondazione The Floating Piers, furono oltre un milione e duecentomila le persone che percorsero fisicamente l’installazione. Se si considerano anche i visitatori arrivati sul territorio durante quel periodo, la cifra supera il milione e mezzo di presenze. L’affluenza fu tale da costringere spesso le autorità a contingentare gli accessi. Le stazioni ferroviarie, i traghetti, le strade e i parcheggi furono messi sotto pressione da numeri che il territorio non aveva mai conosciuto. Eppure l’opera funzionò, nonostante le difficoltà logistiche, il maltempo e la gestione della sicurezza, «The floating piers» rimase aperta fino alla conclusione prevista.

L’eredità dieci anni dopo
A dieci anni di distanza il giallo dalia della passerella è ancora davanti agli occhi di chi la percorse e di chi ne sentì parlare, di chi la vide sulle riviste d’arte e di chi la vide da lontano, magari dai monti circostanti, magari dall’aereo mentre sorvolava il Sebino. Per molte persone fu il primo incontro diretto e personale con l’arte contemporanea. Per altre fu semplicemente una passeggiata sfiziosa e memorabile. Per altre ancora un momento irripetibile per l’identità territoriale.
L’eredità dell’opera riguarda quindi i numeri, ma anche il lascito emotivo e culturale. Christo riuscì a modificare, almeno temporaneamente, il modo in cui molte persone guardavano all’arte contemporanea e anche il territorio ne uscì trasformato. Il lago d’Iseo acquisì una visibilità internazionale senza precedenti e ancora oggi «The floating piers» viene ricordata come uno degli eventi culturali più importanti mai ospitati in provincia di Brescia.
Per chi percorse quella passerella resta soprattutto la memoria di quel momento a contatto con l’acqua e con il prodotto artistico di un genio del Novecento, che cancellò i disagi delle lunghe code e del sole che scottava la pelle. E poi restano, sul telefono e nei cloud, le foto sgranate ed emozionanti. I selfie che, dieci anni dopo, possiamo azzardare a dire che siano parte dell’opera, oltre che della storia sociale.




