È lecito «modernizzare» Philip Roth, o lui e i suoi 32 romanzi, l’ultimo dei quali «Nemesi» è uscito nel 2010, vanno considerati ormai un classico intoccabile?
La riedizione, dal 10 novembre, dell’elegiaco «Pastorale Americana» da parte di Adelphi che dal 2024 ha strappato la venticinquennale esclusiva a Einaudi, legittima dubbi. Anche perché la ri-creazione lessicale di Roth - nelle corde traduttive di Codignola non a caso anche apprezzato scrittore - ha suscitato polemica già alla prima delle riedizioni adelphiane, il seminale (1969) provocatorio «Lamento di Portnoy».
Sospetto già per la scelta adelphiana di mutilarne «lamento» (più italianamente lamentazione geremiaca, lagna) e titolare solo «Portnoy», con una copertina con disegno-comics d’una pin-up e un maiale tratta dal fumetto «Li'l Abner» di Al Capp. Ma ancor più per i mutamenti lessicali di alcuni passaggi-chiave della dissacrante seduta psicoanalitica di Alex Portnoy in conflitto materno e con la sacralità ebraica. È stato, quello, il primo passo d'una strategia editoriale e traduttiva più modernamente colloquiale. Per un Roth più... pop? Probabilmente Adelphi mira – come da sue tradizione e vocazione editoriale del farsi “rinascita” di opere agées – a portare la complessità di Roth verso la «lingua» svelta della Generazione Z.

Con «Pastorale Americana» in film ci aveva provato, nel 2016 unica sua regia, l'attore scozzese Ewan McGregor, clamorosamente forzando l’inesistente finale consolatorio di Merry (Dakota Fanning) - figlia sciagurata dell’ebreo di scandinavo bell’aspetto Seymour «lo svedese» Levov in cerca d’integrazione wasp - a onorare la tomba paterna.
E d’acchiappo estetico è oggi la copertina del riedito libro: parziale verticalizzato d’un fotocolor orizzontale del 1972 in cui William Eggleston (che fra Anni 60-70 diede dignità autoriale alle foto a colori) ritrasse una ragazza rossocrinita che, soldi alla mano, s’accosta al banco d’un chiosco-gelateria a Biloxi in Mississippi. Bell’immagine vitalistica; quanto calzi a paradigma del buio esistenziale di Merry è da dimostrare. Certo, son cose da diatriba d'ortodossia letteraria, ma messe tutt’assieme fanno notizia e dovere di cronaca.

Fuori da ciò, è certo più importante che si continui a pubblicare (e a cercare di far leggere, sì anche ai nativi digitali...) il Maestro di Newark. Colui che - in una noterella del 2018, alla sua dipartita dal burattinesco «teatro di sabbath» che è la vita - ci piacque apostrofare nient’affatto «cattivo maestro», seppur ribellista e scandaloso come lo giudicarono i parrucconi del Nobel negandoglielo, bensì affascinante... Lucignolo capace di tentazioni su «cosa c’è di sbagliato, a fare tutto giusto?» e di squarciare (anzitempo: oggi è trumpianamente facile) il velo del Sogno Americano, dell’illusoria quiete a Old Rimrock, dell'amarissima ma visceralmente generosa paternità dell’apparentemente «vincente» Svedese verso la figlia idealista sprofondata nel terrorismo.
La metafora di «Pastorale Americana» sullo stare al mondo cercando di adattarlo a nostra consolazione è l’arte d’un autore che non si erge a guida, solo denuncia i rischi illusori del cammino. Vale la pena di leggerlo in qualsivoglia onesta traduzione, moderna o classica (sul Web le copie Einaudi costano fra i 60 e gli 85 euro). Perché, come in «Zuckerman scatenato» (1981) Roth faceva ammonire al suo alter ego, «dovremmo leggere solo quei libri che ci mordono e ci pungono. Sennò cosa leggiamo a fare!».



