«Tradurre Roth è stato come arrivare in fondo alla Maratona di New York»

Adelphi pubblicherà dopodomani, martedì 10, la nuova edizione di «Pastorale Americana». A raccontarne la genesi è Matteo Codignola, che ne ha curato la traduzione
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

Sono passati quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, ma «Pastorale americana» resta una pietra miliare della letteratura novecentesca. Una delle prove più brillanti di Philip Roth, che si appresta a tornare in libreria in una veste rinnovata. Nel novero della riproposizione del catalogo dello scrittore statunitense, Adelphi pubblicherà dopodomani, martedì 10, la nuova edizione di «Pastorale Americana». A raccontarne la genesi è Matteo Codignola, che ne ha curato la traduzione.

Matteo Codignola, come ha lavorato a questa che è la seconda traduzione dell’opera di Roth che fa per Adelphi? Ha tenuto conto delle traduzioni precedenti o ha preferito non farsene influenzare?

Be’, quando si traduce un libro già uscito, e per di più enormemente popolare, un’occhiata al lavoro di chi ti ha preceduto è inevitabile. Ma per curiosità, più che altro. Questo mestiere non è una gara. Oppure sì, ma come la maratona di New York: quando hai finito telefoni a casa e dici mamma, sono andato strabene. Ah sì, e quanto sei arrivato? 1352esimo, mamma, ti rendi conto?

Matteo Codignola, scrittore e traduttore © www.giornaledibrescia.it
Matteo Codignola, scrittore e traduttore © www.giornaledibrescia.it

A livello linguistico, che difficoltà pone la resa in italiano del vocabolario di Roth? È più difficile tradurne fedelmente i vocaboli o mantenerne il ritmo?

Non è un autore semplice da tradurre. La lingua è calcolata al milligrammo, quindi gli scostamenti necessari per adottarne un’altra, senza mettersi in scia all’originale, si notano eccome, e suscitano un numero di ohibò superiore alla media. Quanto al ritmo, se uno lo trova poi ci si appoggia, e da lì in poi è tutto più facile. Ma questo libro è volutamente segnato da una profonda, lacerante aritmia. Cominci uno sketch di teatro di strada, che poco dopo diventa una straziante elegia, e poi un frammento hardcore, e poi un sermone politico. Questo anche nel giro di dieci pagine. Per usare un’altra immagine sportiva - vezzo in cui peraltro Roth indulge quanto basta, in Pastorale - sei come un gregario che lavora per la maglia rosa: ti metti in gruppo, e quando qualcuno tenta una fuga ti alzi sui pedali a vai a riprenderlo. Se ci riesci.

Nelle pagine di Pastorale Americana emerge un ritratto feroce dell’America e degli sconvolgimenti che la caratterizzarono negli anni ’60. Anche alla luce di quanto sta accadendo negli Usa, quanto le sembra attuale la prosa di Roth?

Mi sembra molto inattuale, nel senso che appartiene a un mondo in larga parte estinto. Restando ai fatti, l’America di oggi non ha ancora trovato una prosa che la racconti. Può darsi che la trovi, ma è molto difficile, perché nel frattempo l’America è cambiata fino a essere irriconoscibile, e la prosa anche. Soprattutto è - o sembra - svanito il peso che al tempo di Roth aveva. Ma con i vaticini mi fermerei qui, anche perché spero siano smentiti.

Lei ha già tradotto Portnoy che, forse, è con Pastorale Americana il libro più celebrato dell’autore statunitense. Immagino sia difficile esprimere un giudizio simile, ma quale dei due è il suo preferito? O, più in generale, nel corpus delle sue opere quale ritiene la migliore?

Con Portnoy mi muovevo in un territorio familiare. Sono figlio di un analista, proprio di quegli anni e di quella scuola, quindi qualche Portnoy per casa girava, e a parte questo lavorare su un materiale così vicino all’oralità è stato quasi solo divertente. Qui la faccenda era molto diversa. Mi sono sentito come quei registi che hanno fatto un paio di film promettenti con gli amici in Galles, e vengono chiamati a girare un blockbuster napoleonico a Hollywood. Non hanno mai messo piede in uno studio e non sanno bene cos’è una steadycam, ma ovviamente partono lo stesso.

Philip Roth
Philip Roth

Licenziosità, a volte incontinenza verbale, trame articolate e personaggi iconici: ogni opera di Philip Roth riesce ad essere un affresco assolutamente unico pur non recidendo il legame con gli altri romanzi. Esiste nel panorama attuale un autore dello stesso spessore?

Come ho già detto, mi pare di no. Non perché non esistano, o non possano esistere, scrittori di quel livello. Martin McDonagh è un nome, per me, ma ce ne sono vari altri. Però Roth è stato forse l’ultimo autore a vivere per intero dentro la sfera di quella che un tempo si chiamava letteratura. Basta pensare a come ha disegnato, dal primo libro in poi, l’intero profilo della sua opera. Chi scrive oggi ha una percezione molto più compromessa, e niente affatto assoluta, del suo lavoro. È una differenza cruciale.

Cosa crede abbia frenato, ammesso sia stato così, Roth nella corsa al Nobel?

Come constatiamo ogni ottobre, la giuria del Nobel ha ragioni che la ragione non conosce – o forse sì. Credo che Roth abbia pagato molte cose, fra cui il paradosso di essere, sotto sotto, il migliore dei bravi ragazzi, e passare agli occhi di tutti come il più screanzato dei bad boys.

Senza voler svelare troppo dei piani futuri di Adelphi, ma ha già una nuova traduzione in ballo sull’opera di Roth?

I piani di Adelphi vanno chiesti a Adelphi. Io dovrei tradurre ancora un titolo, ma devo scegliere quale. Però ho da sempre una passionaccia per la radio, e anche per il Red Scare, molto mal tradotto, da noi, come Caccia alle streghe.

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