Il poeta e drammaturgo Federico García Lorca fu ucciso dai franchisti a Viznar, poco lontano da Granada, il 19 agosto 1936 - questa la data ufficiale. Aveva solo trentotto anni, essendo nato il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros. A novant’anni di distanza, sappiamo relativamente poco di ciò che è successo. Il certificato di morte scritto solo quattro anni dopo è un documento ipocrita: «Deceduto nel mese di agosto del 1936 in conseguenza di ferite prodotte da cause di guerra». Ma la fossa comune in cui il suo corpo è stato gettato non è mai stata individuata .
Restano le sue numerose raccolte poetiche e i suoi drammi, veri capolavori. Per ricordarlo, il critico e traduttore Alberto Cristofori ha curato l’antologia poetica, «Sempre la rosa» (La Nave di Teseo, 304 pp., 20 euro) il cui titolo è ripreso da un verso dell’«Ode a Salvador Dalì», in cui ha raccolto le liriche lorchiane più importanti e quelle meno conosciute, con l’intento di «concentrare l’attenzione sui libri che l’autore pubblicò o lasciò pronti per la pubblicazione. Ho quindi trascurato i molti inediti usciti dopo la sua morte - spiega il curatore -, con una sola eccezione, i “Sonetti dell’amore oscuro”, che costituiscono una bellissima appendice, per così dire, uno sguardo su ciò che Lorca stava facendo nel momento in cui fu brutalmente interrotto.
Cristofori, lei accenna al fatto che non tutto nell’opera di Lorca è oro puro: in che cosa consiste talvolta il calo di qualità?
Qualunque antologia si muove tra i due poli della panoramica e del museo: il desiderio di render conto di un percorso, con i suoi inevitabili momenti sordi, e il desiderio di proporre le pagine più belle. Il mio lavoro non si sottrae certo a questa divaricazione propria del genere antologico, anche se fra i due poli il criterio delle «poesie più belle» non mi è mai sembrato soddisfacente. Sia perché bisogna chiarire cosa vuol dire «più belle» sia perché un autore sperimentale, aperto a continue ricerche e nuove strade, come è Lorca, spesso ci affascina proprio quando il risultato è meno perfetto, perché riusciamo a gettare un occhio nel suo laboratorio, nel farsi della sua poesia.
Di Lorca, tutti conoscono le poesie scritte per la morte dell’amico torero, e per molti Lorca è tutto in quei versi affranti. In cosa brilla invece, fuori da quella disperazione?
Il poemetto per Ignacio Sànchez Mejìas è una delle ultime opere pubblicate da Lorca, ed è di straordinario interesse per vari aspetti. La corrida non è apprezzata in quanto spettacolo sanguinoso (quello che, ridotto a intrattenimento per turisti, giustamente indigna le persone appena appena sensibili), ma in quanto rito tragico. Lorca coglie il significato antropologico di questa «danza sacra», che è una rappresentazione della morte: non solo una sfida, ma un accogliere la morte, un accettarla come condizione imprescindibile della vita. Lorca riesce a fare poesia a partire da una riflessione che io definirei quasi da antropologo, e risolve tutta questa complessità di temi in musica.

È questa è la forza inarrivabile dei suoi versi?
Sì: attraverso il ritmo, le assonanze, le metafore, Lorca ci rende partecipi di questo rito, come nella tragedia antica, come nel cante jondo o nella musica afrocubana. È importante questo fatto, che pochi hanno rilevato, mi sembra: la stessa tecnica a litania che troviamo nel «Compianto» per l’amico torero è presente alla fine di «Poeta a Nuova York», nel bellissimo «Son di neri a Cuba».
Perché Sciascia nel 1961 contestò le traduzioni del «Llanto» di Carlo Bo, Macrì e Caproni, proponendo una sua versione?
Questa polemica è famosa, tra gli ispanisti italiani, e credo che sia importante. Sciascia purtroppo non era un buon traduttore, sicché la sua versione di quel poema non ha avuto fortuna, però l’intenzione era giusta: togliere a Lorca l’aura ermetizzante che soprattutto Bo e Macrì gli avevano attribuito. Intendiamoci: Bo ha fatto un lavoro preziosissimo, ma negli anni Sessanta la sua impostazione appariva in effetti superata. Purtroppo non ce ne siamo ancora liberati, malgrado i progressi degli studi, e si continuano a leggere traduzioni che servono a conoscere Bo, ma non a capire davvero Lorca.

Quanto erano forti i sentimenti patriottici di Lorca?
Molto forti, ma Lorca è contrario a ogni forma di nazionalismo, mentre attribuisce un’importanza decisiva alle proprie radici andaluse. Molti fraintendimenti (penso a Vittorini che considerava il teatro di Lorca una riproposizione del dramma verista), nascono dal fatto che si considera solo uno dei nuclei all’origine della poesia lorchiana - quello popolare e locale, i gitani e i romanceros - e si trascura la componente colta, elitaria, i richiami a Gòngora e alle avanguardie. Non c’è niente di verista o di populista in Lorca: c’è l’idea dell’Andalusia come microcosmo capace di esprimere verità universali.
E la sua coscienza del valore politico della cultura?
Era vivissima fin dalla giovinezza. Ho scoperto un saggio inedito in italiano, intitolato «Il patriottismo», in uscita sulla rivista «L’Immaginazione» nel numero di luglio-agosto 2026. Scritto nel 1917, quando il poeta era ancora alle prime armi, è un formidabile atto di accusa che si scaglia contro la scuola e contro la chiesa, che diseducano le persone proponendo modelli nazionalistici anziché esaltare i «buoni» - e Lorca tra questi ultimi mette Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Don Chisciotte, cioè figure letterarie, non politiche. Siamo nel momento più tragico della Prima guerra mondiale, e un ragazzo di diciannove anni fa coincidere, di fatto, attività letteraria e impegno politico.



