Il cielo splende stellato su Almar mentre la legge morale impera nei cuori delle donne e degli uomini che abitano il villaggio afghano. Ma cosa succede quando proprio quella legge, che per Kant è autonomia, nel senso etimologico di norma individuale, e dunque radice di libertà, diventa seme innestato nell’animo di ogni generazione da quella precedente? Quando un padre è educato a odiare una figlia se femmina? Cosa succede quando il cielo stellato si oscura per il fumo di una bomba? Quando un batticuore adolescenziale è soffocato per onorare il matrimonio con uno sconosciuto? Quando la volontà non cammina più a fianco della legge morale ma si prostra ai suoi piedi?
Fawad e Raufi lo mostra in «Le miserabili di Kabul» (ZeL Edizioni, 2026), un romanzo-verità o, per dirla alla Miguel de Unamuno, una intrahistoria, il racconto di chi la Storia non la scrive ma la subisce: le donne afghane. Un racconto femminista perché scritto da un uomo che mette la propria voce, l’unica che può parlare, al servizio di coloro cui una voce non è concessa e a favore di tutti gli uomini affinché imparino ad amare ogni donna.

L’amore infatti sembra un sentimento estraneo ad Almar dove Jaber, marito di Nafisa, si adira per la nascita della piccola Parwana perché è l’ennesima femmina. Dopo un’infanzia di stenti, con un padre che perde al gioco ogni dignità e una madre stremata dalla violenza del marito e dalla malattia, Parwana sogna un futuro migliore quando, con il trasferimento della famiglia a Kabul, la speranza sembra tornare tra le strade polverose piantonate dai soldati americani. Ma la guerra, sempre sullo sfondo mentre cambiano i nomi e le bandiere delle fazioni ma resta la stessa violenza, non distrugge solo il volto delle città. Distrugge anche l’identità di una nazione e il sogno di una bambina.
La presentazione
Dal 2021, quando i Talebani sono tornati al potere in Afghanistan, i diritti umani e la libertà delle donne sono stati calpestati. Bandite da ogni dimensione sociale, torturate, detenute arbitrariamente, sono vittime impotenti di quella che è, a tutti gli effetti, un’apartheid di genere. Ma «le loro storie ci riguardano, dicono a noi chi siamo», così ha ribadito Fawad quando ieri ha presentato il suo romanzo nella cornice di Librixia. Perché «La guerra si ferma denunciandola».
Classe 1991, Fawad è nato in Afghanistan nel bel mezzo della guerra civile. Come Parwana, dal 2001 ha intravisto la speranza. Laureato in ingegneria e appassionato di libri, ha insegnato per anni letteratura. Nel 2015, però, in seguito a un attentato, si è visto costretto a lasciare il proprio Paese. Dopo un anno da ramingo, ha raggiunto l’Italia dove per lui è iniziata un’altra guerra, tutta interiore: accettare e convivere con una mentalità diversa in un mondo così distante dall’Afghanistan. Ma quando lo scontro con l’altro germoglia in confronto, nasce la consapevolezza che anima Fawad: «Ognuno deve avere la sua possibilità di pensare, ragionare e vivere come vuole, nel rispetto degli altri».
Eppure, dall’altra parte del mondo, dove la priorità resta la sopravvivenza, quella libertà ha un significato diverso. Come ha ricordato l’autore, infatti, per molti uomini in Afghanistan importa poco se le donne non possono studiare o uscire di casa. Importa di più che con il nuovo regime siano cessati gli attacchi terroristici. E allora è soprattutto a quelli del suo genere che, mosso da un inesauribile sogno di equità, Fawad sente la responsabilità di rivolgersi perché «se non c’è appoggio forte degli uomini, cosa possono fare le donne?».



