L’insolita storia di Fausto Cabra, dall’ingegneria spaziale al teatro

L’attore e regista bresciano, arrivato al teatro quasi per caso e oggi uno dei nomi più noti, racconta la sua carriera e svela i prossimi progetti: «Feci i provini al Piccolo e alla Grassi per gioco, ora sogno un teatro europeo senza barriere linguistiche»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Fausto Cabra al Teatro Sociale per la presentazione di una passata stagione del Ctb - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Fausto Cabra al Teatro Sociale per la presentazione di una passata stagione del Ctb - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Fausto Cabra non sognava di fare l’attore, eppure oggi è uno dei nomi più noti nel panorama teatrale. Appena uscito dall’accademia era considerato l’enfant prodige da tenere d’occhio, e a distanza di qualche anno la critica conferma quella prima sensazione. Cabra è bresciano, precisamente di Ghedi (dove tornerà sabato 6 giugno con uno spettacolo dedicato a un personaggio che incarna la storia del pacifismo italiano). La sua è una storia di talento, prima che di passione, un po’ al contrario rispetto alle classiche narrazioni. Ed è una storia che, a un certo punto, ha intrecciato – anche grazie al Centro teatrale bresciano – la «Storia» italiana. Anzi, quella di Elsa Morante, che Cabra ha portato in scena da regista. Uno spettacolo – «La storia» – audace e potente, che dopo sette anni continua a essere proposto sui palchi italiani proprio per la sua potenza. Ma non è scontato: oggi gli spettacoli circuitano sempre più brevemente e tutto è molto più labile che in passato. E Cabra lo sa bene.

Fausto, quando ha incontrato il teatro la prima volta?

Non ci sono arrivato in modo lineare. Ci sono inciampato. Un’estate ero abbastanza saturo dell’ingegneria aerospaziale. Un’amica, Silvia Mazzini, aveva il sogno di fare gli esami al Piccolo Teatro di Milano e alla Civica scuola di teatro Paolo Grassi. «Ti accompagno», dissi. Avevamo fatto un corsetto di recitazione in un circolo Arci milanese. Mi hanno preso in entrambe le scuole in modo abbastanza imprevisto. Prendevano pochissime persone su centinaia di candidati. Con questi risultati è stato semplice andare dai miei genitori a comunicare loro la scelta.

Quale delle due accademie scelse?

Il Piccolo, perché era gratis e rinomato. Ma all’epoca non sapevo nemmeno chi fosse Luca Ronconi (attore e regista, ndr). Mi dissi: se non va, dopo un anno torno all’università (mi mancavano tre esami alla laurea). Ho invece terminato il triennio e dopo il diploma ho iniziato subito a lavorare e a vincere premi. Devo dire grazie a Ronconi, ma anche allo Stabile di Torino, alla compagnia Ricci/Forte…

Quando ha capito che sarebbe diventata la sua vita?

Non so se l’ho mai capito. La cosa che mi accompagna tuttora è il non essere certo fino in fondo che questa sia la mia vita o meno. Lo tengo sempre nella dimensione della passione. Sì, è la mia vita. Ma in punta di piedi. La sindrome dell’impostore l’ho sempre avuta, ma quando non è bloccante, fa anche bene. Tiene alta la tensione rispetto a ciò che si fa. Non si deve pensare che una determinata cosa che si fa sia degna proprio perché sei proprio tu a farla. Se pensi di dover dimostrare qualcosa, è meglio. Anche perché il pubblico è sempre diverso. L’esperienza fa tanto, ma comunque l’impegno è sempre lo stesso. Studiare, essere forti, capire le strategie per non essere stucchevoli... Non c’è mai una formula.

Una scena di La storia
Una scena di La storia

Immagino che oggi la carriera teatrale non sia semplice...

Difficilissima, esattamente come è difficile per un insegnante. Il problema dell’Italia è che il lavoro, la fatica, la passione e la dedizione spesso non sono premiati come dovrebbero. Quello dell’attore, rispetto ai Settanta, Ottanta e primi Novanta, non è più un lavoro che dà riconoscibilità. Oggi se fai solo teatro resti anonimo. Il teatro ha smesso di avere un sistema vivaistico importante per il mondo dello spettacolo. Prima chi era bravo lì veniva riconosciuto anche dagli altri media. Oggi non succede più. Quindi è costretto ad accedere e ad attingere ad altri media. Sei famoso o vai in tv? Vieni chiamato a teatro perché attiri pubblico. È come se il sistema teatrale avesse perso autorevolezza. Questo è un grosso problema. Al National Theatre di Londra, se sei giovane e fai Giulietta, tutto il sistema del National Theatre, dall’ufficio stampa, lavora per crearti il personaggio. Interviste in tv, comparsate sulla Bbc... Perché se a vent’anni sei protagonista al National Theatre e questo non ti cambia la vita, è un problema del National Theatre. Ci sono palchi che dovrebbero incoronare e palchi che dovrebbero fare talent scouting, ma in Italia non funziona.

C’è confusione, insomma?

Sì. Bisognerebbe ripartire dal capire quale sia la funzione di ogni teatro italiano, cooperando e tornando a provare a incidere anche al di là del proprio piccolo cerchio. Gli artisti e le maestranze non hanno più la sensazione di incidere con il proprio lavoro. Un tempo uno spettacolo di Strehler o Ronconi diventava un fatto. Gli altri venti che non lo diventavano sapevano però che, c’era la possibilità di farlo. E questo è fondamentale: sapere che si può uscire dal magma. Ma se tutti i prodotti sono uguali e i teatri non sanno fare selezione sui prodotti che davvero riescono a incidere e a creare la loro identità, tutto è uguale e tutto viene buttato: lo spettacolo riuscito e quello medio. È un sistema che ammazza il valore. E questo ha annichilito gli artisti. Anche il pubblico non capisce più cosa abbia davvero valore.

Lei però negli ultimi anni sta inanellando una bella fila di spettacoli ben riusciti e criticati positivamente, sia dal punto di vista attoriale che registico...

Sono contento degli azzardi registici fatti, anche grazie al Teatro Franco Parenti, come «Schegge». Sono soddisfatto del fatto che un’intuizione azzardata abbia trovato comprensione, da parte del pubblico, della critica e dei teatri che ci hanno creduto. E che abbiano voluto riprendere anche «La storia», spettacolo del 2019 con drammaturgia di Marco Archetti che tornerà al Parenti nei prossimi anni. Mi rassicura: se fai bene, non vieni buttato via. Ma è stato un calvario. E poi sono molto orgoglioso delle «Città invisibili» per la Capitale della cultura, per «Calma musa immortale» per il ritorno della Vittoria alata dopo il restauro, per «Evolution», per «Autoritratti» per l’Expo, per la web serie creata durante la pandemia da Covid-19…

«La storia» debuttò proprio a Brescia, al Mina Mezzadri, per il Centro teatrale bresciano.

Il Ctb ha creduto ne «La storia» e lo ha riportato a Roma nel 2023. Ora tornerà di nuovo nella Capitale. In generale ci vuole gente che, anche contro una logica intuitiva – perché non porta subito vantaggi economici – ci creda. A partire da Gian Mario Bandera (direttore del Ctb, ndr) e Andrea Chiodi, ma anche Manuela Kustermann (direttrice artistica del Vascello di Roma). Ma sono scelte controintuitive per come funziona il mercato oggi. Il sistema l’avrebbe fatto morire nel 2019. Capisce la fatica? Il nostro dovere sarebbe quello di incidere e restare nella memoria. Se anche noi iniziamo a iper-produrre e a durare tre giorni, esattamente come Netflix e l’overdose narrativa a cui la nostra generazione è stata abituata, diventa un problema. La memoria invece è fatta di ciò che resta e di ciò che scarta con criterio. E così funziona anche la storia collettiva. E la storia di un teatro: quali sono i venti spettacoli che hanno fatto l’identità del Ctb o dello Strehler?

umberto favretto2017
umberto favretto2017

Cosa la attende ora?

La prossima tappa è sabato 6 giugno a Ghedi: ogni anno faccio una serata lì, ci tengo alla mia comunità d’origine. Porto un lavoro fatto con il Franco Parenti su Danilo Dolci, uomo che ha inventato il pacifismo in Italia: poeta, promotore delle marce della pace, sociologo... Una figura pazzesca. Un modo di fare identità, secondo me, è il recupero di persone che dovremmo tornare a studiare per ritrovare la bussola. Poi a luglio sarò a Varese con Andrea Chiodi per uno spettacolo sul testamento di San Francesco. E poi inizierò con Lac un lavoro sull’Orestea, nella prima parte della stagione.

Più avanti la vedremo anche a Brescia?

Sto iniziando a pensare con il Ctb a un progetto ambizioso: «La guerra (d’Europa)» di Goldoni. Vorrei iniziare a pensare a un teatro che sia europe, lavorando su molte lingue. Un prodotto che possa andare in tutta Europa. La traduzione e la comprensione devono diventare parte della scenografia e dello spettacolo. Da qualche tempo speriamo che si faccia un’Europa della cultura, ma aspettandola calata dall’alto. Sui nostri palchi non ci sono attori che non siano ancorati alla propria identità regionale, soprattutto nella prosa. Dobbiamo porci una domanda: la barriera linguistica è davvero insormontabile? Così come Goldoni unì l’Italia con le maschere, sui palchi, con dialetti che allora erano lingue, io vorrei lavorare con artisti madrelingua europei che parlano la propria lingua e si sporcano con quelle degli altri, unificando il pubblico italiano, portoghese e francese in sala. La guerra di cui si parla è passata, ma il testo parla di ciò che siamo stati e di ciò che rischiamo di tornare a essere. 

Un progetto ambizioso…

Sì. Ecco perché stiamo cercando partner che appoggino il Ctb.

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