Nel campo dei dialetti, ricostruire la storia di una parola o di un’espressione è spesso complicato; le lingue nazionali hanno un patrimonio di testimonianze scritte e di letteratura cui guardare e con cui confrontarsi; nel caso del bresciano la sua letteratura, pur affascinante e pregevole, è poca cosa; inoltre, la maggior parte dei testi risale agli ultimi due secoli. Molte espressioni e modi di dire devono poi essere condivisi con altri ambiti linguistici e culturali, pure quando – e anche in ambiente bresciano – si manifesta la tentazione di autoattribuirsene la paternità.
Un esempio: tiràs sö le braghe cole sirèle è da molti avvertita come espressione genuinamente bresciana; ma già nel Vocabolario italiano della lingua parlata (Rigutini-Fanfani, 1894) troviamo che Per significare una usanza o cosa antiquata, degna di tempi di ignoranza o di rozzezza, si suol dire che facevasi quando usavasi tirarsi su i calzoni colle carrucole. Riconosciuto questo, sono però brescianissimi quel sirèle e quel braghe, ben più efficaci e diretti dei corrispondenti italiani.
E, tanto per chiudere la questione senza uscire dai confini, il più volte chiamato in causa Vocabolario dei Seminaristi (1759), per spiegare l’espressione a chel tep che i se tirava sö le braghe cole sirele, cita – che finezza! – un verso di Giovan Maria Cecchi, commediografo fiorentino del Cinquecento: quando usavansi le calze a carrucola. Dai, anche noi ci facciamo la nostra figura. E senza perdere le braghe!




