Il mondo contadino, e il dialetto, che ne era la voce, avevano una concezione più lasca e libera della volgarità rispetto a quella dell’eloquio contemporaneo, più attento – ma solo quando vuole lui! – alla comunicazione e al «politicamente corretto». Tanto per fare un esempio, il vecchio curioso proverbio a maià le candele se caga i stupì – perdonate la licenza – in dialetto è, tutto sommato, abbastanza neutro ed esprime lo stesso concetto che ritroviamo nell’adagio a nà al mulì se s’enfarina: ogni azione comporta una conseguenza.
Tradotto alla lettera, in italiano suonerebbe molto più greve e volgare. «Ma chi mai – vi chiederete – dovrebbe mangiare le candele? E perché?». Facciamoci aiutare dai versi risorgimentali (che una volta si leggevano a scuola) di Giuseppe Giusti: siamo a Milano, il poeta entra una bella mattina in Sant’Ambrogio; ci sono lì dei soldati austriaci che puzzano fuori di testa… e come puzzano! Un alito di lezzo tale, che al poeta: parean di sego, / In quella bella casa del Signore, / Fin le candele dell’altar maggiore. Ecco chiarita la questione! Un tempo, quando la cera era roba da ricchi, le candele si facevano perlopiù con il sego (e come puzzavano!). Il sego – ormai caduto in disuso – è un materiale ricavato dal grasso di bovini e ovini, che ben si prestava, soprattutto in tempi di fame, anche all’uso alimentare. Insomma, entrava anche in cucina. Se poi, per onor di proverbio, lo si mangiasse – street food – in forma di candela o venisse cucinato in altro modo, de gustibus... In ogni caso, gli stoppini non erano commestibili e rimanevano… in loco.




