Primo novembre, Ognissanti. Il mondo contadino i santi li aveva, diciamo, «in punta di lingua» e i proverbi dove entrano in gioco i santi non si contano. Si tratta perlopiù di proverbi meteorologici (Se piöv a Sant’Ana - 26 luglio - l’è tata mana) o comunque riferibili al ciclo stagionale e ai lavori agricoli (Per San Lorens – 10 agosto – l’ua la se tens).
Ve ne sono però anche alcuni, pochi in verità, che ai santi si rivolgono direttamente, in forma di implorazione e di preghiera (magari un po’ interessata, ma pur sempre preghiera). Mi spiego: se ci dobbiamo alzare ad una certa ora, oggi ricorriamo alla sveglia o al cellulare; in un mondo dove queste diavolerie erano di là da venire, bastava recitare: Sant’Ana e Santa Susana, öna che me des-cia, l’otra che me ciama (una ti fa uscire dal sonno, l’altra ti ricorda che ti devi alzare) e si era sicuri… di non perdere il treno.
Non ricordi dove hai messo il cellulare o gli occhiali? Sant’Antone dela barba bianca, fan troà chel che me manca. Quando le giornate s’accorciavano e si cenava sul presto, addio merenda; le mamme, alle richieste dei figli affamati, rispondevano: Per San Michel – 29 settembre – la merenda l’è naa en cel! Contro le violenze dei fenomeni naturali ecco pronta una bella invocazione: Santa Barbara e San Simù, liberìm dala saeta e dal tù; / dal tù e dala saeta, Santa Barbara benedeta. La quale santa, è noto, proteggeva anche dal fuoco: La Santa Barbara cur a pregà, che la cà no la gh’abe a brüzà. E infine un tocco di filosofia spicciola: Töcc i dé l’è San Venàns: gh’è chi rit è gh’è chi pians. E così sia, così sia…




