Siamo sinceri: chi non ha in casa una cantinuccia, un ripostiglio, un angolo di solaio dove relegare tutto ciò che non serve più e che più non s’usa, quel che per il poeta Guido Gozzano era il ciarpame reietto così caro alla mia musa? E se il grande – e mai abbastanza apprezzato – poeta fosse nato a Brescia, evocando la bellezza riposata dei solai, che termine avrebbe usato al posto del suo letterario ciarpame?
Non avrebbe avuto che l’imbarazzo della scelta: in bresciano, infatti, quanto a lessico «ciarpamesco», non ci facciamo mancare niente. Vediamo un po’: zavài (di etimo incertissimo, arrivatoci dall’italiano antico zavali: cosa, o uomo, da nulla; si ipotizza un prestito dal turco zavalli, poveretto, disgraziato, a sua volta dall’arabo zawal… va’ a sapere!); tàter: forse uno dei rari vocaboli regalatici dalle parlate gotiche, con significato pressoché identico.
Rafanàs: un’ipotesi è il latino factio, a sua volta da facere, con prefisso ra-, nel senso di mettere insieme alla bell’e meglio, improvvisare; barbài, ciànfer e giargiàtola: probabilmente voci espressive e onomatopeiche; ratatüia: dal francese touiller, a sua volta dal latino tudiculare, derivato da tundere, che ha assunto nel tempo il significato di mescolare, rimestare; patüei o patöei: forse affini a patös, fieno di scarsa qualità, pacciame, strame, ma talvolta anche pattume); peciòt: azzardo il latino impedicare, ovvero legare i piedi di qualcuno con un laccio; e in effetti peciòt indica anche ciò che rende difficoltoso il movimento, che sta sempre tra i piedi, e quindi anche impiccione.




