Qualche domenica fa ci siamo affacciati all’universo dei «verbi frasali». E la definizione «universo», vi assicuro, non è un’esagerazione. Riprendiamo il discorso illustrando alcuni esempi.
Scapà in dialetto di solito sta per scappare, fuggire; ma se gli aggiungo l’avverbio lé (scapà lé) assume un significato notevolmente diverso: andare in un certo luogo, andare a dare un’occhiata, senza averlo programmato, senza particolare impegno, al volo: Scapa lé dal tabachì a töm en pachet de Esportasiù sensa filtro.
Andare – almeno dalle mie parti – si dice nà (altrove si sente anche andà). Se a nà aggiungo l’avverbio dré (nà dré), il significato cambia radicalmente e diventa seguire, accompagnare, assecondare; e se poi lo si trasforma in un nome, ecco che diventa discutere, altercare, litigare: I gh’a ait del nà dré. Spesso l’aggiunta di un avverbio permette di introdurre sfumature di significato quasi impercettibili, ma pur significative: slargà e slarga föra in italiano li tradurrei entrambi con allargare; ma indubbiamente in dialetto slargà föra ha un qualcosa in più. Lo stesso potremmo dire di fà e fà sö: fà casì e fà sö casì darebbero comunque fare baccano; ma per il dialettofono le seconda forma - fà sö - enfatizza il significato dell’azione.
Qualcuno osserverà che anche l’italiano talvolta utilizza questi meccanismi linguistici ed è vero, ma la frequenza e l’ordinarietà con cui se ne serve il bresciano è ben altra cosa. E gli esempi potrebbero continuare: vardà e varda dré, saltà e saltà sö, tacà e tacà föra ecc. E ora continuate voi!



