«E Berta filava / E filava la lana / La lana e l’amianto / Del vestito del santo...»: così cantava Rino Gaetano (Berta filava,1976), non sospettando ovviamente che berta, in bresciano, è un omografo... No, non è una parolaccia: avete presente quelle parole che si scrivono allo stesso modo ma hanno significati diversi?
Pesca, riso, venti ecc.? Ecco, gli omografi sono loro. E berta, in bresciano, è un omografo. Il Vocabolario dei Seminaristi (1759) riporta tre significati: burla, scimmia e gazza; il Lessico bresciano del Pasquini (2014) ne aggiunge un quarto: tasca; infine, il pregevole Vocabolario del dialetto di Toscolano Maderno di Antonio Foglio (2011) ci ricorda che la berta era anche uno scialle di lana che le nonne si mettevano sulle spalle per ripararsi dal freddo.
Cinque significati diversi! Ma facciamo un po’ d’ordine: la berta sulle spalle delle nonne ci giunge dal francese (prima attestazione 1847) e si ispira a Berta, leggendaria madre di Carlo Magno. Scimmia, burla e gazza: Berta e Martino (che cita anche Dante in Paradiso XIII, 139) erano i «Sandra e Raimondo» del Medioevo, protagonisti di mille aneddoti e facezie; berta, nel senso di burla, viene da quella Berta lì.
Lo stesso, per estensione di significato, vale per gazza e scimmia, animali beffardi e dispettosi. Infine, ecco tasca, che ha tutt’altre origini e certifica l’omografia: dall’antico macedone – una varietà «povera» del greco – giunse a Roma il vocabolo aorté, da cui i romani trassero la loro avèrta, che, più o meno, indicava la borsa, la bisaccia, da cui il significato di tasca in uso in molti dialetti della penisola.




