«Staff wanted for the archive of a well-known “contemporary artist”»: l’annuncio non specificava quale fosse questa personalità dell’arte contemporanea. E fu così che Clara Gialdi Naman, bresciana classe 1984, si ritrovò a lavorare per Marina Abramović.
L’artista – la cui grande mostra personale veneziana «Transforming energy» curata da Shai Baitel viene inaugurata proprio oggi alle Gallerie dell’Accademia (sarà allestita fino al 19 ottobre) – è probabilmente la più nota artista performativa al mondo. Dagli esordi negli anni Settanta porta pubblico e critica a interrogarsi con un lavoro che mette al centro il corpo, la resistenza e il limite, definendo e ridefinendo i confini della performance contemporanea. Gialdi Naman una decina di anni fa ha lavorato con lei dietro le quinte: un lavoro di minuzia e precisione, fondamentale per la trasmissione e per la storicizzazione del lavoro di Abramović. Soprattutto, un lavoro che le ha permesso di venire personalmente in contatto con l’artista, conoscendone il lato più umano e intimo.

Clara, com’è finita a lavorare per Marina Abramović?
È accaduto grazie a una concatenazione di eventi cominciati mentre studiavo alla Sorbona. Ero stata mandata negli Stati Uniti per collaborare con una galleria francese. Terminai quell’esperienza, ma nel frattempo mi ero fidanzata con quello che sarebbe poi diventato mio marito e volevo restare negli Stati Uniti più a lungo di quanto avessi previsto. Mi misi quindi a cercare lavoro tra gallerie e case d’asta. Parliamo di circa quattordici anni fa: c’era un sito con annunci dedicati a giovani artisti e a professionisti del settore dell’arte. In uno di questi annunci si cercava qualcuno per l’archivio di un «contemporary artist» di cui non era specificato il nome. Mi piace lavorare dietro le quinte, quindi mi sembrò qualcosa di stimolante e adatto a me. Feci un colloquio di venti minuti con quella che sarebbe poi diventata una collega. Alla fine mi dissero: «Ti prendiamo, sei tu». A quel punto chiesi: «Posso sapere chi è l’artista?».
Cosa significa «archivio» nel caso di Abramović, considerando che la sua è un’arte soprattutto performativa?
Marina ha sempre documentato tutto il suo lavoro fin dagli inizi. Parliamo di migliaia di diapositive, pellicole, fotografie in bianco e nero e a colori, registrazioni vocali, video e materiali di ogni tipo. In quel momento cercava qualcuno che organizzasse e catalogasse cronologicamente questo patrimonio. All’epoca aveva una casa nell’area dell’Hudson, nello Stato di New York, la Star House, e in un fienile conservava altra documentazione. Il progetto iniziale era trasformare quello spazio in un archivio fisico. Successivamente trovò, sempre nella valle dell’Hudson, un teatro dismesso: una struttura architettonica molto affascinante, che acquistò con l’idea di farne un archivio e un laboratorio per giovani artiste, giovani artisti e persone interessate a collaborare con lei. Avrebbe voluto far convergere lì tutti i suoi progetti. Alla fine quel piano non si è mai realizzato del tutto. Noi – eravamo cinque ragazze – lavoravamo alla costruzione di enormi cataloghi, pensati per una futura biblioteca. Era davvero una bellissima idea. Oggi porta avanti laboratori itineranti, quindi l’idea di un istituto stabile sembra meno centrale. Però Marina è una persona molto energica: non si può mai sapere cosa farà.
Immagino la conoscesse anche personalmente...
Sì, la vedevamo quasi tutti i giorni. L’ufficio era dentro casa sua, in King Street a New York. Noi lavoravamo nell’attico, lei saliva e scendeva continuamente, controllava, raccontava episodi della sua vita, parlava con noi. Ci invitò anche alla Star House, la sua casa di campagna nell’Hudson. Fu un fine settimana splendido. Ci comprò dei vestiti bellissimi e ci fece conoscere dei ragazzi.
Mette soggezione?
Un po’ sì. Però ha anche un lato umano molto forte. In un certo senso era la mamma di tutte noi. Si percepiva questo rapporto affettuoso. Ci chiamava tutte «baby». Ha un’intelligenza altissima, fuori dal comune, e questo naturalmente incute rispetto. Ma allo stesso tempo sa essere un’amica saggia, capace di dare consigli, desiderosa di stare con noi. Era molto adulta, materna, ma anche giocosa. Una sera, per esempio, mi chiese di leggerle i tarocchi. È una persona molto semplice nei modi quotidiani e, contemporaneamente, quasi irraggiungibile sul piano simbolico.

Lei vive a New York, Marina Abramović come lei proviene dall’Europa ma si è stabilita per molto tempo negli States: com’è percepita la sua arte lì, rispetto al Vecchio Continente?
Lei ha scelto gli Stati Uniti anche perché qui le opportunità si moltiplicano e la mentalità è molto aperta. Negli Usa è quasi mitizzata. È considerata una leggenda vivente. La grande mostra personale al Museum of Modern Art nel 2010 («The artist is present», ndr) fu un passaggio decisivo: essere la prima artista donna vivente ad avere quello spazio l’ha consacrata ulteriormente. È vista come una sorta di madre simbolica di tutte e tutti i performer contemporanei. In Europa, almeno per la mia percezione, è certamente conosciuta e celebrata. In questo periodo ci sarà la mostra a Venezia. Però viene anche criticata di più. Il suo ruolo viene continuamente messo sotto la lente. Ci si chiede perché faccia ciò che fa, spesso senza cercare davvero una risposta. Negli Stati Uniti prevale la venerazione. In Europa il confronto critico è più acceso.

Lei è nota anche per l’Abramović Method, ovvero ilgli esecizi da lei ideati per allenare se stessi e la propria resistenza, concentrazione, percezione, l’autocontrollo e la forza di volontà: ha mai avuto modo di provarlo?
No, non in modo strutturato. Il nostro rapporto con lei nasceva in un contesto più intimo e quotidiano, di lavoro e amicizia.
Marina Abramović ha quasi ottant’anni: che cosa lascerà, più di tutto il resto, la sua arte?
Secondo me lascerà soprattutto una domanda, che è il motore di gran parte delle sue opere: fin dove ci si può spingere? Dove sono davvero i limiti del corpo e della psiche? E ancora: il limite esiste davvero oppure è qualcosa che ci imponiamo da soli? La sua arte ha sempre cercato di andare oltre quella soglia. Un’altra eredità importante riguarda il ruolo delle artiste. Marina non ha mai creduto nella divisione tra arte maschile e arte femminile: per lei l’arte è arte. Però fin dagli inizi, anche nel lavoro condiviso con Ulay, la sua presenza emergeva con forza. Oggi molte persone conoscono lei più di lui. Questo dice qualcosa anche sul peso storico che ha avuto. Per me la sua opera lascerà un’eredità decisiva non solo nella performance, ma anche nell’affermazione dell’artista donna.




