Convento, caserma, lazzaretto e osteria: i 570 anni di San Bernardino

Nel centenario dell’Istituto Salesiano un libro ricostruisce le vicende del convento di Chiari
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

I Benedettini della congregazione di Solesmes a San Bernardino, nel 1913
I Benedettini della congregazione di Solesmes a San Bernardino, nel 1913

C’era tutta Chiari quel pomeriggio del 28 ottobre 1456. Mentre il sole «volgea al tramonto», il corteo dal duomo saliva alla località allora detta Camundo. Davanti i frati zoccolanti e subito dietro il podestà Ducco, il prevosto Bigoni, i notabili e il popolo. Andavano al convento «quasi» finito di costruire, così come la Comunità aveva deciso nel 1447, per affidarlo ai Frati minori di san Francesco. Da allora quel luogo si sarebbe chiamato San Bernardino. Qualcuno sostenne che la dedica era dovuta al passaggio di Bernardino da Siena in quel di Chiari, in uno dei quattro viaggi quando venne ospite a Brescia dagli Avogadro, ma di quel fatto non esiste documento certo. Certo è invece il ruolo di Bonaventura Piantanida, che prima sollecitò i clarensi ad edificare chiostro e chiesa, e che quel pomeriggio d’ottobre del ’56, vi si insediò. Piantando un seme che ancora oggi dà frutti.

La presentazione

«San Bernardino in Chiari. Nuovi studi» è il titolo del saggio curato da Mino Facchetti e Rossano Gaboardi, che sarà presentato martedì sera dall’arcivescovo mons. Vincenzo Zani, archivista e bibliotecario emerito di Santa Romana Chiesa. Appuntamento alle 20.45 nella chiesa del convento. Oltre cinquecento pagine, un bel tomo, per dipanare il filo che collega lo storico pomeriggio d’ottobre del 1456 alla «memorabile giornata» dell’agosto 1926, quando i Salesiani sancirono la nascita dell’Istituto di San Bernardino a Chiari, e fino ad oggi. Dare unità all’intera vicenda – questo l’intento – perché, come scrive nell’introduzione don Fabio Attard, Rettor maggiore dei salesiani, «il tempo vissuto e gestito con una visione che mette insieme l’umano e il divino, attraverso la pluralità dei carismi, ha segnato la storia di San Bernardino».

La cerimonia per l'arrivo dei Salesiani a San Bernardino il 24 settembre 1926
La cerimonia per l'arrivo dei Salesiani a San Bernardino il 24 settembre 1926

Il titolo, misurato nel tono, dà la cifra dell’impresa: «Una novità di narrazione che ha le sue forme e le sue fonti in numerosi testi inediti che sono reperiti, analizzati e rielaborati nel rispetto della loro struttura e nella freschezza della loro stesura». Atti, cronache e scambi epistolari, tante e vivacissime lettere. Prende forma così l’idea di andare oltre la contingenza, il centenario della presenza dei Salesiani a Chiari, per riscoprire come «nello stesso convento hanno vissuto per secoli i Francescani, per più di due lustri i Benedettini e per un decennio i Gesuiti».

La vicenda

Storia intricata, complessa e affascinante. I frati minori, gli zoccolanti come venivano chiamati, vissero qui fino agli inizi dell’Ottocento, quando i francesi di Napoleone imposero loro di togliersi il saio e misero in vendita arredi sacri e immobili. Di quella storia si conoscono bene gli inizi: il forte convincimento dei clarensi e l’aiuto del cardinal Gabriele Rangoni, il francescano clarense che fu Nunzio del Papa alle corti dell’Europa orientale e consigliere personale del re d’Ungheria Mattia Corvino. Lo stemma del Rangoni restò dipinto sulla facciata della chiesa fino al Settecento, quando il convento venne ampliato e la chiesa ricostruita.

Si conosce quanto il convento divenne punto di riferimento spirituale per l’intera area fra Bresciano e Bergamasca. Fu luogo di fede e di studio. Ebbe momenti gloriosi e periodi di crisi, che si andarono irreparabilmente acuendo alla fine del Settecento. Nel 1796, in cinque momenti diversi, fu occupato da diecimila soldati francesi e cinquecento prigionieri tedeschi, nel 1798 arrivarono un battaglione di francesi e seicento soldati Cisalpini con bandiere, banda e tamburi. Poi le cose si rovesciarono ed arrivarono i tedeschi, con i prigionieri francesi. Fino al 25 aprile 1810, quando i conventi vennero chiusi e requisiti.

Il declino

Ed iniziò un secolo tremendo per San Bernardino, cominciato con la carestia e continuato nell’incertezza. Pensano di farne una caserma per trecento soldati e 150 cavalli, scardinano le campane dal campanile e mettono tutto in vendita. Ma le aste vanno deserte. Viene acquistato dalla Congregazione di carità che vorrebbe farne un ginnasio, ma il progetto non decolla. Nel 1842, per ferma convinzione di don Lino Formenti, che acquista il complesso, arrivano i Gesuiti per impiantare un convitto, ma le cose non vanno bene e nel 1848, nel bel mezzo dei moti risorgimentali, fuggono, anche perché non sono graditi al clero clarense. Nel 1850 diventa casa di vacanza dei seminaristi e poi collegio.

I passaggi sono continui: nel ’63 accoglie i bimbi derelitti di Brescia, nel ’65 diventa lazzaretto durante l’epidemia di colera, nel ’66 accoglie i garibaldini feriti della Terza guerra di indipendenza. Tornato nelle mani della Congregazione di carità, nel 1871 diventa osteria e poi viene venduto alla famiglia Terinelli, che lo trasforma in laboratorio per trarre colla dalle ossa animali, quindi fabbrica di acido solforico e infine deposito chimico di concime. Per la verità, i Francescani cercano di tornare, vi si insediano fra il 1876 e il 1883, ma poi se ne vanno. Salvo rivendicarne diritti quando l’intero complesso viene acquistato, nel 1909, da mons. Domenico Menna e dalla sorella Teresa, avviando un contenzioso che finirà addirittura sulla scrivania di Papa Pio X.

La rinascita

Mons. Menna, vicario generale della diocesi e poi destinato a divenire vescovo di Lodi, aveva acquistato San Bernardino per farlo rinascere. E così sarà: qui, quello stesso anno, giungono i benedettini francesi della Congregazione di Solesmes, esuli da Marsiglia. Resteranno fino al novembre del 1922 e lasceranno un’impronta indelebile. Due testimonianze, tra le mille: quella di don Primo Mazzolari che qui passa le settimane in preparazione della sua ordinazione, e quella di Giovan Battista Montini, che divenuto Papa, ricordando il mitico abate Jacques Christophe Gauthey, spiega come «certamente là Dio ha fatto nascere nel mio animo i primi desideri di una vita consacrata al suo servizio».

I Pueri Cantores di San Bernardino ospiti del cardinal Montini a Milano nel 1960
I Pueri Cantores di San Bernardino ospiti del cardinal Montini a Milano nel 1960

Fu un strappo doloroso la dipartita dei benedettini, ma presto, anche grazie ai buoni uffici dell’on. Giorgio Montini, padre del futuro Paolo VI, e del commendator Francesco Folonari, a San Bernardino arrivano i Salesiani, che già dal 1906 erano a Iseo e dal ’25 a Brescia. Entrano nel settembre 1926. I cento anni della loro presenza sono squadernati nel volume sfogliando giorni e stagioni, protagonisti e scelte, attingendo alle puntuali «Cronache della casa».

I Salesiani

All’inizio San Bernardino per i seguaci di Don Bosco è un noviziato, poi un aspirantato – qui si formano intere generazioni di sacerdoti, missionari, vescovi, e anche qualche superiore che sale ai vertici della congregazione. Diventa quindi una scuola aperta al territorio, un centro giovanile, una curazia. E il Centro Auxilium ispirato dal carisma caritatevole di don Silvio Galli. E se don Silvio è avviato alla gloria degli altari, un altro salesiano legato a San Bernardino, don Elia Comini, è stato beatificato a settembre, martire per assistere le vittime della strage nazifascista di Monte Sole a Marzabotto. La casa, all’inizio rimessa in sesto con il lavoro degli stessi novizi, è andata allargandosi con due ali nuove, una palestra, campi da gioco e strutture. Il libro offre documenti e lettere, racconta di scelte coraggiose e sofferte, dà ragione di 570 anni di storia con la solidità d’una ricerca preziosa, che incastona i vivacissimi cento anni dei salesiani in una storia che dura da oltre mezzo millennio.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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