L’autobiografia sulla povertà, Ripley, il Brasile: cosa leggere in agosto

Il bookclub del Giornale di Brescia è tornato: redattrici e redattori qui consigliano cosa scegliere questo mese, tra letture nuove e cult del passato
Leggere in estate
Leggere in estate

I libri sono viaggi e ne sono ottimi compagni. Per chi parte non possono mancare in valigia e per chi resta sono quantomai indispensabili: per riempire di senso e divertimento le giornate; per approfondire le pause e per allargare all’infinito gli orizzonti. Non ci sono libri giusti e sbagliati e le letture estive sono di per sè un falso mito. C’è chi ama addentrarsi in gialli brumosi ad agosto e chi anche sotto l’ombrellone non rinuncia al saggio d’elezione.

E c’è chi invece quando stacca la spina preferisce mollare le briglie della concentrazione e farsi portare alla deriva da storie semplici e immaginifiche. Per aiutarvi a scegliere i nostri redattori hanno letto per voi cinque romanzi vecchi e nuovi, italiani e stranieri, autobiografici e fantasy. Non sentitevi obbligati a sceglierli, ma siamo certe uno di questi catturerà la vostra attenzione.

«Poor»

Di Katriona O’Sullivan

(People, 284 pagine, 20 euro)

La copertina di Poor
La copertina di Poor

Katriona è una bambina povera, arrabbiata e con poche speranze. In «Poor» O’Sullivan racconta la sua tormentata infanzia tra Birmingham e Dublino, mettendo in fila tanti personaggi secondari che hanno condizionato, nel bene e nel male, la sua vita fino a laurearsi in Psicologia per poi occuparsi di strategie in materia di istruzione e inclusione per le Nazioni Unite. In questo primo libro, O’Sullivan racconta senza filtri, con un linguaggio crudo e doloroso, seppur senza mai rompere le convenzioni di una forma rispettosa del lettore, il dramma della povertà: l’essere lasciati soli. Katriona è sola quando appena dodicenne viene violentata da un «grassone» amico di famiglia. Kat è sola, seduta a terra davanti alla tv, quando il padre si fa di eroina al piano di sopra. L’autrice si ritroverà più volte da sola a recuperare la madre, che non riesce mai a respingere le tentazioni dell’alcol (ma non solo quelle). Al contrario, «Non sono riuscita a uscire la trincea da sola, sono stata tirata su», scrive O’Sullivan nell’epilogo, analizzando la sua storia da un’altra prospettiva e dando la giusta luce a chi l’ha aiutata.

In «Poor» c’è il degrado urbano e il vuoto sociale descritto di Irvine Welsh in Trainspotting (1993) con una fotografia nitida e spietata di una generazione ai margini del thatcherismo come aveva già scattato Douglas Stuart in «Storia di Shuggie Bain» (2020). «Scrivendo questo libro sono stata malissimo – chiude Katriona –. Ma l’ho fatto e adesso la mia storia è completa. In un cono di luce».

Erminio Bissolotti, redattore Economia

«La cura»

Di Concita De Gregorio

(Einaudi, pagine 176, 17 euro, e-book 10,99 euro)

La copertina di La cura
La copertina di La cura

Il Professore, Angelina, Alessandra, Elsa, Vito, Fabiano, Fausta, Anna, Ada… ha nomi e voci la storia che Concita De Gregorio racconta nel suo ultimo libro, «La cura». Sarebbe riduttivo definirla una storia di malattia, perché in queste pagine s’incontra soprattutto vita, tutta la vita che c’è anche in una malattia che può portare alla morte. Si parla certo del «tempo di prima» e del «tempo di dopo», ma quest’ultimo si presenta subito come «più corto» e «più largo», dunque in grado di contenere moltissimo. E non solo perché De Gregorio è una giornalista: attenta alla realtà che la circonda, curiosa, portata alla relazione con gli altri. Anche a lei capita di essere esausta, demotivata; e i riferimenti alla sua professione sono davvero minimi. Però continua a lasciarsi raggiungere dalle voci degli altri, questo sì; e a unirsi a loro tutte le volte che può. Sono voci che dicono di radici sorprendenti e preziose, abbracci terapeutici, necessità di insegnare ai maschi a prendersi cura, cose che fanno stare bene, solidarietà, punti di riferimento, giovinezza, disturbi alimentari, disabilità (dall’inconsueto punto di vista dei fratelli), amore materno, mariti e «logistica dell’amore», autolesionismo, bellezza, musica che salva la vita… La malattia diventa così un luogo in cui s’incrociano destini e temi ed emozioni. «Non è una guerra», ripete Concita, rifiutando l’idea e le parole del combattimento e sostenendo di essersi limitata, per curarsi, a fare quel che doveva. Piuttosto ci dice che «serve bellezza per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio».

Francesca Sandrini, vicecaposervizio

«Il talento di Mr Ripley»

Di Patricia Highsmith

(La nave di Teseo, traduzione di Maria Grazia Prestini, 2017, 414 pagine, 12 euro)

La copertina di Il talento di Mr Ripley
La copertina di Il talento di Mr Ripley

Estivo è estivo. Giallo è giallo (ma non alla Agatha Christie). E poi è glam, intrigante, vintage, senza tempo. Non a caso è diventato spesso film o serie tv. Nel primo caso l’adattamento più noto è quello con Matt Damon, Gwyneth Paltrow e Jude Law; nel secondo, molto acclamata è la serie Netflix «Ripley» con Andrew Scott, Dakota Fanning e Johnny Flynn, in bianco e nero. Prima di guardarli, meglio leggere il libro: perché un motivo c’è, se «Il talento di Mr Ripley» è un piccolo cult.

Pubblicato nel 1955, il romanzo di Patricia Highsmith ha cambiato il noir, togliendo dalla scena investigatori e indizi e rendendo la storia più psicologica e incalzante. Il centro della storia è Tom Ripley, un ragazzo brillante, ambiguo, sfuggente e truffaldino, che da New York si trova nell’Italia mediterranea degli anni Cinquanta. Qui entra nelle vite delle persone altolocate di cui sogna la quotidianità, appropriandosene letteralmente. Con freddezza e calcolo, ma anche naturalezza.

L’atmosfera conta quanto la trama: il Mediterraneo luminoso, le città italiane ed europee, le feste, i caffè, il benessere ostentato e il desiderio di appartenere a un mondo esclusivo sono essi stessi narrazione e svolgimento, e non solo un contorno alla trama. Letto oggi, «Il talento di Mr Ripley» conserva intatta la sua forza: parla di identità, di ambizione, di invidia, di crimini, del desiderio di reinventarsi… Temi che sopravvivono alle epoche e alle mode. Tom Ripley in fin dei conti è uno dei personaggi più inquietanti e affascinanti della letteratura del Novecento e leggerne la psiche e le macchinazioni è un’esperienza coinvolgente anche in un periodo storico così distante da quello raccontata da Highsmith.

Sara Polotti, redattrice Web

«Il libro delle ore perdute»

di Hayley Gelfuso

(Casa editrice Nord, 2026, pp. 372, 19 euro)

La copertina de Il libro delle ore perdute
La copertina de Il libro delle ore perdute

Su tempo, memoria e ricordi si sono spesi fiumi di inchiostro, in ogni luogo del mondo e nei modi più disparati pensabili. Eppure con la sua opera d’esordio Hayley Gelfuso riesce, affiancando al caratteristico stilema fantasy una venatura da romanzo storico, a fare del passato il presente, mischiandoli per trasformarli in futuro.

Tutte le pagine de «Il libro delle ore perdute» si giocano proprio su questa confusione tra epoche, dalla Germania nazista fino all’America della Red Scare passando per squarci delle Alpi svizzere o di feste italiane rinascimentali, con le due grandi protagoniste della storia, Lisavet e Amelia, che si incontrano senza mai vedersi nel centro di tutto. È l’atemporale Biblioteca del tempo, dove i guardiani catalogano in consunti tomi i ricordi, scegliendo tra ciò che è giusto mantenere vivo nella memoria e cosa invece merita di morire.

Un messaggio potente, centrale nella coscienza civica democratica, trasmesso tramite uno stile vivace, di quelli che ti invitano a girare una pagina dopo l’altra, e che si affianca a immagini che accarezzano il poetico. Questi versi disegnati sono gli stessi ricordi, sfumati come acquerelli assai diluiti ma dai volti troppo umani, che della loro vita non catalogata ormai sanno solo ciò che è rimasto dopo il passaggio dei guardiani. Un problema che accomuna la ricerca storiografica, le persone e la società nel suo insieme. Perché in fondo siamo solamente la somma di tutto ciò che è stato raccolto, catalogato e archiviato prima di noi.

Stefano Martinelli, redattore Web

«Grande Sertão»

Di João Guimarães Rosa

(Feltrinelli, 2017, pagine 512, euro 14)

La copertina di Grande sertao
La copertina di Grande sertao

Un po’ poema cavalleresco, ma con i paladini più brutti sporchi e cattivi. Un po’ Don Chisciotte, un po’ Faust. «Grande Sertão» è considerato uno dei più bei libri della letteratura brasiliana: uscito nel 1956, è il capolavoro del suo autore João Guimarães Rosa. La storia è ambientata in un’epoca imprecisata, probabilmente l’Ottocento. L’ambientazione è il luogo che dà il nome al libro: il sertão, sconfinata regione interna del Brasile, di altipiani e foreste. Una zona che per secoli è stata teatro delle scorribande dei jagunços, figure a metà strada tra banditi, soldati di ventura, ribelli. Uno di questi, Riobaldo, è il protagonista del racconto: uno jagunço anziano, che narra al lettore la propria storia senza interruzioni, con un linguaggio diretto e ricco di invenzioni lessicali. Una vita di scorribande, passioni dirompenti, avventure alla scoperta del mondo e di sé stessi. A fare da sfondo, il Brasile interno, sconfinato, con i suoi deserti, la vegetazione debordante, i fiumi maestosi. Un paesaggio che è riflesso della complessa interiorità del protagonista, tormentato da due grandi ossessioni. L’amicizia per il suo più caro compagno, Diadorim, conosciuto durante l’infanzia. E il dubbio, angosciante, di aver venduto l’anima al diavolo in una notte di smarrimento, barattando la salvezza per la fortuna in battaglia.

Alla fine del libro, anche il lettore ha vissuto le mille vite del protagonista: fatte di guerra, vendette, pentimento, amori. A lui sta dare il giudizio finale su ciò che ha letto, su una storia che come tutta la grande epica mette in scena l’umanità: i suoi errori e orrori, la ricerca di un senso, lo stupore di vivere.

Marco Papetti, redattore Web

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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