Ci sono libri che hanno più anime ma un solo cuore. È il caso di «Falsi amici», nuova opera di Claudia Durastanti, che esce oggi per «La nave di Teseo». Lontano dalla struttura del romanzo tradizionale, il volume si presenta come una raccolta di undici saggi narrativi, legati tra loro da un filo conduttore cromatico e concettuale: il colore rosa.
Scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn nel 1984 da genitori lucani, l’autrice vive oggi tra Roma e Londra, senza però recidere il legame con le proprie radici. In queste pagine raccoglie tutto ciò che ha imparato su amore, violenza e sfumature del potere. Il risultato è un diario pubblico, lucido e pressante: senza nostalgie passatiste, Durastanti osserva e racconta un mondo in cui tutto sembra stravolto.
Dalle scarpe di Amy Winehouse alla letteratura femminile sotto il fascismo, l’autrice costruisce un percorso intellettuale per guardare la cronaca e il privato in modo nuovo. Una riflessione che nasce dall’ostinazione di «confrontarsi con il presente, senza cedere alla nostalgia, anche quando si parla di famiglia, formazione e politica». L’abbiamo intervistata in anteprima, prima del suo arrivo come ospite alla 30esima edizione del Festivaletteratura di Mantova.
Il titolo del saggio, «Falsi amici» fa pensare che abbia subito chissà quali torti e delusioni: è davvero così?
No, anzi. Nel linguaggio della traduzione, i «falsi amici» sono quelle parole che si somigliano in due lingue diverse ma significano cose opposte, traendo in inganno. Essendo cresciuta bilingue, tra italiano e inglese, mi interessava esplorare proprio questo: perché veniamo sedotti dall’errore e ci restiamo affezionati anche quando capiamo che è un abbaglio. Credo che lo sbaglio abbia un valore formativo per capire il mondo. Inoltre, il titolo si riferisce all’idea di pura compagnia: volevo raccontare relazioni — in particolare con gli uomini — che siano libere dalle solite dinamiche di scontro, attrazione o potere, e basate invece sulla solidarietà.
Perché per lei il rosa non è un colore rassicurante? Eppure ne ha fatto il leitmotiv del suo libro?
Probabilmente perché il significato primario associato al rosa è sempre stato quello dell’arrendevolezza e di una tristezza accogliente. Crescendo, però, ne ho colto le sfumature più conflittuali e sinistre. Nel libro volevo esplorare queste gradazioni, aggirando il «rosa dominante»: quello imposto come una rassegnazione di genere, che prescrive alle donne un destino confinato nella dimensione domestica. Non voglio denigrare la casa, perché è anche il luogo della cura, dove si possono imparare la critica e la resistenza. Ma il rosa con cui sono cresciuta io era un rosa antico, limitato. È proprio in questo suo limite e nella sua apparente arrendevolezza che l’ho trovato un colore inquietante e poco rassicurante.
Nel saggio lei usa una sorta di «bestiario» per descrivere la cultura di oggi. Chi sono la beccaccia, la pavona e gli intellettuali che «si suicidano» rispondendo troppo al telefono di cui parla nel libro?
Parlo di categorie in cui io stessa in qualche caso rientro. Nel mondo della cultura siamo un po’ tutti degli animali stravaganti. C’è chi si comporta da «beccaccia», cioè lo scrittore che si danna per scrivere il grande romanzo sociale che spieghi l'Italia, e c’è chi fa la «pavona», mettendo in mostra la propria vita privata attraverso l’autofiction. Io ho fatto entrambe le cose. Oggi faccio un lavoro più concreto: curo la storica casa editrice La Tartaruga, dove mi occupo di riscoprire e ripubblicare le grandi autrici dimenticate del Novecento. Di sicuro non sono uno di quei «galli da talk show» sempre pronti a farsi intervistare in tv. Credo che molti intellettuali abbiano perso autorevolezza proprio per questa smania di comparire, inseguendo ogni minima polemica del giorno pur di stare sotto i riflettori. C’è sempre un telefono che squilla per chiederti un'opinione, ma ogni tanto bisognerebbe semplicemente imparare a non rispondere.
Secondo lei, nelle economie avanzate si è interrotta da circa un ventennio la stabilizzazione del reddito: che cosa è successo?
Discendendo da una famiglia di emigranti ho potuto osservare questo fenomeno con maggiore acutezza. Nel secondo dopoguerra c’erano città da ricostruire, un po’ come la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica. C’erano situazioni di arrembaggio, e di pirateria, ma ci si illudeva che tutti fossero alla pari. Questa illusione è durata a lungo, accompagnata poi da tutto un programma di welfare che ha permesso anche a ragazze come me di formarsi, di avere accesso all’istruzione e al mondo del lavoro. C’è stato poi un momento negli anni Novanta in cui si è esaurita la capacità morale e il desiderio di permettere a persone molto diverse, come gli emigranti, di realizzarsi: a un certo punto la misura era colma e bisognava permettere solo l’ascesa verticale dei super ricchi. Abbiamo assistito nel giro di pochi anni a una concentrazione di ricchezza che non ha precedenti nella storia dell’economia globale e dei paesi ad economia avanzata.
Dovuta a cosa? Ai mercati, alle situazioni politiche?
Per me non può essere solo un fattore di mercato, né di alternanza politica o del liberismo: c’è un’ideologia profonda che è quella dell’esclusione. Prima c’era un desiderio di accoglienza e di inclusione che si è convertito nel suo aspetto più nero, che è quello dell’esclusione. C’è una guerra alla povertà in questo momento, e tutto quello che noi finora abbiamo considerato una conquista forse era solo una breve tendenza. Tutto ciò per me è uno scenario spaventoso, quasi incomprensibile.
È difficile comprendere quanto accade in Italia?
Probabilmente sì, perché presuppone una grande competenza della storia, un guardare al passato come primo strumento conoscitivo. L’Italia, sia a destra che a sinistra, si basa molto sulla radice della famiglia e dell’essenza del Paese. Ed è questo che mi fa sentire ancora un po’ straniera.


