Silvia Pelizzari: «Grazie alla scrittura affronto trauma e perdono»

Silvia, un’adolescente bella, fragile e vitale, non chiede altro che di essere amata. Un giorno, dopo un bacio rubato e una festa in terrazza, scopre un insulto rivolto a lei nei bagni della scuola. Quella parola, quel Fatto, condizioneranno la sua affettività e la sua vita. A riaprire la ferita, vent’anni dopo, l’invito a una cena di classe: che fare? Sottrarsi? O affrontare una vicenda che ancora le brucia? Tra fiction e autobiografia, la bresciana Silvia Pelizzari (Salò, 1983) lo racconta nel romanzo «L’ultima volta che sono stata lei» (Fandango, 192 pp., 16,50 euro). L’abbiamo intervistata.
Silvia, questo romanzo è un’autofiction: perché ha scelto una narratrice in prima persona?
«Perché questa storia è successa a me e ci tenevo a far sapere che è vera. Si pensa che molti esordiscano con l’autofiction perché scrivere di sé è più facile ma non credo che l’autofiction escluda l’invenzione. Nel libro racconto la storia di una donna che si chiama come me, è nata a Salò come me, ha frequentato il mio liceo, le è capitato lo stesso evento traumatico capitato a me e che mi ha fatta mettere in discussione per anni, fino a quando ho ricevuto l’invito a una cena di classe di ex compagni che mi ha obbligata ad affrontare il mio passato, capendo che diventare adulti significa perdonare e perdonarsi. Tuttavia, non tutto ciò che c’è nel libro è vero: esiste una sola realtà e tante verità, bisogna capire cos’è la verità e quanto la nostra memoria è attendibile. Per questo nel libro ho mantenuto date e situazioni che ho scoperto essere errate».
Senza luoghi questo romanzo non esisterebbe: descriverli con precisione serve per tenere sotto controllo gli eventi e il loro ricordo?
«Delineare i luoghi mi ha aiutato a mettere confini emotivi e creare un movimento geografico ed emotivo che non uscisse troppo dai bordi: amo i libri con luoghi precisi e mappe perché mi piace andare a vedere dove accadono le cose. I luoghi dove nasciamo e cresciamo sono fondamentali per determinare la nostra storia: Édouard Louis sarebbe sicuramente stato un grandissimo scrittore ma avrebbe scritto cose diverse se non fosse nato in una famiglia della classe subalterna in un paese estremamente razzista e omofobo della Francia del Nord. La mia storia oscilla tra provincia e metropoli: sarebbe potuta accadere ovunque ma è accaduta a Salò, un paese con una storia di un certo tipo e una certa chiusura mentale. Quando ci vivevo vedevo Salò come un margine e volevo avvicinarmi a un centro, ma ho capito che il posto dove nasci è il tuo centro e quando ti allontani vai verso un margine; allora ho provato a decentrare i luoghi, il mio punto di vista e la verità».
E oggi come la vede, Salò?
«Salò mi è sempre stata stretta ma questo non significa che fosse davvero così: era la mia percezione, cioè l’unica cosa che contava. Oggi l’ho rivalutata e ci torno volentieri anche perché inizio a essere stanca della frenesia di Milano. Ho scritto questo libro non per fare pace con un posto – non è il compito della letteratura – ma per ridimensionare il potere che questa storia e il luogo dove si è consumata continuava ad avere su di me anche vent’anni dopo. Non mi preoccupavano e non mi preoccupano ora le reazioni delle persone che ci vivono ma ho avuto un senso di protezione nei confronti della mia famiglia e della loro reazione nello scoprire questa storia nascosta della mia adolescenza. Mi piacerebbe che il libro alimentasse un dibattito costruttivo per capire se solo io ricordi quel trauma, ma – anche se siamo tutti cattivi della storia di qualcuno – ricordiamo solo quando cattivi sono gli altri».
Questo libro ha uno stile molto ricercato e letterario: ci sono autori e autrici che l’hanno influenzata a livello di scrittura?
«Quando ho iniziato a scriverlo rileggevo altri autori o altre autrici e la vedevo come una sconfitta, ma poi ho cambiato idea. Tra le autrici di riferimento ci sono la Joan Didion romanziera per il suo modo di intrecciare trame che trovo meraviglioso, Claudia Durastanti, che credo abbia un modo di pensare e scrivere unico in Italia, Leila Guerrero, giornalista argentina che scrive reportage alla Carrère con uno stile molto caldo, ma anche Annie Ernaux. Tra le influenze più sottotraccia Borges per il rapporto col doppio e il Tondelli di “Camere separate”».
La protagonista si chiede come tradurre la sua storia in un linguaggio condiviso: pensa che in futuro i lettori ci si rispecchieranno ancora?
«Dipende se questo sarà un buon libro o no: quando leggo “La lingua salvata” di Canetti non ho bisogno di essere nata a inizio ’900 in Est Europa per sentirmi toccata. “Anna Karenina” parla di noi più di un libro che scriviamo su di noi. Questo è il mio esordio: dirà il tempo se in futuro parlerà ancora».
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