«Supergirl» si prende la scena: non è solo la «cugina di Superman»

Il cosiddetto DC Universe prosegue: dopo il primo capitolo dedicato al più famoso eroe alieno dei fumetti, tocca ora ad un personaggio dalla storia lunga e dai valori unici.
Cristiano Bolla
La locandina di «Supergirl»
La locandina di «Supergirl»

Negli anni in cui il mercato dei cinecomic sembrava occupare ogni stagione, l’impressione era che l’offerta si reggesse anche sulla quantità. Oggi il quadro è diverso: i titoli si sono diradati, ma proprio per questo ogni uscita pesa di più. Il 2026, in questo senso, ha già tre snodi molto riconoscibili: questa settimana «Supergirl», a luglio «Spider-Man: Brand New Day» e a dicembre «Avengers: Doomsday».

In mezzo a un panorama meno affollato, la nuova avventura della cugina di Superman arriva quindi con un compito preciso: non limitarsi a essere l’ennesimo tassello di un universo condiviso, ma provare a imporsi come uno dei suoi titoli forti. E non è un dettaglio da poco, perché per il neonato DC Universe di James Gunn e Peter Safran questo è il secondo film dopo «Superman», dunque il primo vero banco di prova per capire se il progetto abbia davvero una pluralità di toni, personaggi e mondi.

Un viaggio cosmico

Il film diretto da Craig Gillespie (già regista di «I, Tonya» e «Cruella») e scritto da Ana Nogueira prende le mosse da «Supergirl: Woman of Tomorrow», miniserie firmata da Tom King e Bilquis Evely che negli ultimi anni ha offerto una delle riletture più forti del personaggio. Kara Zor-El, questo il suo vero nome, viaggia per la galassia con il cane Krypto, quando incontra la giovane aliena Ruthye Marye Knoll e si ritrova coinvolta in una missione di vendetta e giustizia che la porta sulle tracce del villain Krem delle Colline Gialle. Si tratta di un racconto cosmico, costruito come un viaggio tra mondi diversi, in cui il tono dell’avventura si intreccia con quello del trauma e della perdita. L’idea di fondo, insomma, non è quella di una Supergirl chiamata semplicemente a replicare il modello classico dell’eroe luminoso, ma di un personaggio molto più esposto al dolore, al disincanto e a una forma di riluttanza verso il proprio destino.

Le origini di Supergirl nei fumetti DC

Per quanto riguarda le origini del personaggio, Supergirl nasce nei fumetti DC nel 1959, creata da Otto Binder e Al Plastino, con la prima apparizione in «Action Comics #252». La sua identità originaria è quella di Kara Zor-El, cugina di Superman, arrivata sulla Terra da Krypton con poteri analoghi a quelli di Kal-El. Ma fin dall’inizio, anche dentro una cornice pop e fantastica tipica della Silver Age, c’è una differenza sostanziale: Supergirl non è mai stata soltanto la versione femminile di Superman. La sua storia è sempre stata attraversata da un’idea più acuta di sradicamento, da una fragilità che nasce dal sopravvivere a una civiltà perduta e dal cercare un posto in un mondo che non è il proprio. Nel corso dei decenni DC l’ha rilanciata più volte, ma proprio questa tensione tra eredità kryptoniana, identità personale e bisogno di autonomia è rimasta il nucleo più forte del personaggio.

La frattura rispetto a Superman

È anche per questo che Supergirl occupa un posto particolare nel pantheon DC. Superman, nella sua forma più classica, è il simbolo della fiducia, della responsabilità e di una moralità quasi naturale, maturata grazie all’educazione ricevuta sulla Terra dai Kent. Kara, invece, rappresenta più spesso la frattura: è il personaggio che porta addosso il trauma di Krypton in modo più immediato, che vive il confronto con il cugino non come semplice continuità familiare ma come misura di una distanza. Nel nuovo film questa differenza viene accentuata con decisione. Kara è più dura, più ironica, meno conciliante, segnata da un’esperienza della perdita che la rende quasi l’opposto caratteriale di Clark. Se Superman è la figura che dà ordine al mondo, Supergirl è la figura che deve ancora trovare il proprio ordine interiore.

Krypto, Lobo e l’allargamento dell’universo DC

Dentro questo quadro si collocano anche gli altri personaggi del film. Il cane Krypto, per esempio, che in altri contesti potrebbe restare un puro elemento di alleggerimento, qui è invece una presenza chiave, quasi un ultimo legame tangibile tra Kara e il mondo perduto da cui proviene.

E poi c’è Lobo, affidato a Jason Momoa, che dopo aver vestito i panni di Aquaman per diversi anni torna nel DC Universe come una delle figure più anarchiche e riconoscibili dell’immaginario: ultimo czarniano, cacciatore di taglie intergalattico, guerriero brutale e spaccone, personaggio perfetto per introdurre nel film una forza centrifuga, quasi incontrollabile. Anche questo dettaglio dice qualcosa dell’operazione: «Supergirl» non sembra voler giocare solo sulla parentela con Superman, ma allargare subito il suo campo d’azione a un immaginario più vasto, sporco, cosmico e borderline.

La scommessa del nuovo corso DC

La scommessa, in fondo, è tutta qui. In una stagione in cui i cinecomic escono meno spesso ma devono lasciare un segno più netto, «Supergirl» prova a presentarsi non come un’appendice di «Superman», ma come il film che può dimostrare quanto il nuovo corso DC sia capace di differenziare davvero i suoi protagonisti. Per il grande pubblico, sarà probabilmente l’occasione per conoscere meglio un personaggio spesso percepito come “minore” solo da chi lo guarda da lontano. Per chi segue da vicino fumetti e franchise, sarà il test più serio sulla capacità del DC Universe di non vivere soltanto di icone già consolidate.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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