Robin Hood torna al cinema, ma stavolta fa i conti con i suoi crimini

Con protagonista Hugh Jackman, il nuovo film rilegge la leggenda del fuorilegge di Sherwood: non più eroe romantico, ma uomo ferito e inseguito dal sangue su cui ha costruito la propria leggenda
Cristiano Bolla
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Il trailer del nuovo film Robin Hood con Hugh Jackman - I Wonder Pictures

C’è stato un Robin Hood per ogni epoca. Il cinema lo ha trasformato di volta in volta in eroe atletico e cavalleresco, simbolo di giustizia popolare, fuorilegge romantico, volpe irresistibile per il pubblico Disney, guerriero sporco di fango o persino figura da parodia. È successo con Douglas Fairbanks, con Errol Flynn, con Kevin Costner, con Russell Crowe, persino con Mel Brooks e con molti altri ancora. Ogni generazione ha preso l’arciere di Sherwood e lo ha rimodellato secondo i propri bisogni, lasciando quasi sempre intatto il cuore rassicurante del mito: Robin Hood come difensore degli oppressi, principe dei ladri, uomo capace di rubare ai ricchi per restituire ai poveri ciò che era stato loro tolto.

«Robin Hood - Il prezzo del sangue», titolo italiano di «The Death of Robin Hood», sceglie invece la strada opposta. Il nuovo film scritto e diretto da Michael Sarnoski, regista di «Pig» e «A Quiet Place: Day One», prodotto dalla celebre A24 e in arrivo nei cinema italiani dal 12 agosto con I Wonder Pictures, non vuole aggiungere un altro strato eroico alla leggenda. Vuole toglierlo e guardare che cosa resta quando l’avventura si è spenta, quando le ballate hanno finito di cantare, quando il mito non riesce più a nascondere le colpe dell’uomo che lo ha generato.

Robin Hood - Foto I Wonder Pictures
Robin Hood - Foto I Wonder Pictures

In questo senso, il film sembra inserirsi in una tendenza più ampia del cinema contemporaneo, sempre più interessato a tornare ai grandi racconti fondativi per metterne in discussione la superficie. Come Christopher Nolan con «Odissea», che riporta sullo schermo uno dei testi capitali dell’immaginario occidentale per raccontare il viaggio di un Ulisse profondamente umano, anche Sarnoski si confronta con una figura che appartiene da secoli alla memoria collettiva. Ma mentre il poema omerico guarda al viaggio, al ritorno e alla persistenza del mito, «Robin Hood - Il prezzo del sangue» scende dentro una domanda più corrosiva: l’eroe è mai stato davvero tale? Che cosa resta di Robin Hood se, accanto all’esaltazione, si cominciano a vedere anche le vittime, la violenza, le menzogne e il prezzo morale della leggenda?

Un uomo segnato

Il Robin Hood interpretato da Hugh Jackman è lontanissimo dall’immagine classica del fuorilegge generoso. Non è il capo sorridente dei Merry Men, non è il ribelle elegante che attraversa la foresta di Sherwood con arco, frecce e senso della giustizia intatto. È un uomo maturo, isolato, segnato da una vita di crimini, guerre e spargimenti di sangue. Un sopravvissuto che ha attraversato troppo a lungo la violenza e che, dopo quella che credeva sarebbe stata la sua ultima battaglia, rimane gravemente ferito. A raccoglierlo è Sister Brigid, interpretata da Jodie Comer, una misteriosa priora che guida una comunità remota ai margini del mondo. Tra le sue cure, Robin è costretto a fermarsi e a guardare finalmente la distanza tra ciò che gli altri raccontano di lui e ciò che lui sa di essere stato.

La premessa ribalta il mito in modo radicale: il principe dei ladri, il difensore degli oppressi, l’eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri diventano immagini sospette, forse bugie raccontate troppo a lungo. Il film presenta Robin non come un paladino limpido della giustizia, ma come un bandito violento, un uomo che ha contribuito a costruire intorno a sé una narrazione utile, affascinante, capace di sopravvivere ai fatti. È il cuore più moderno della sua rilettura: non una semplice trasformazione «dark» di un personaggio celebre, ma nell’idea che le storie possano salvare e deformare allo stesso tempo, illuminare una vita o coprirne le responsabilità.

Del resto, Robin Hood è sempre stato una figura più complessa di quanto suggeriscano le versioni popolari. La sua esistenza storica non è mai stata dimostrata in modo definitivo: prima di diventare icona cinematografica, nasce soprattutto nelle ballate medievali inglesi e in una tradizione orale e letteraria che lo ha modificato per secoli. Nelle prime storie non è ancora il gentiluomo senza macchia fissato dalla cultura moderna, ma un fuorilegge immerso in un mondo duro, violento, attraversato da conflitti con l’autorità, leggi forestali, agguati e lotte per la sopravvivenza. La sua trasformazione in eroe generoso e cavalleresco è il risultato di un lungo processo di aggiunte, addolcimenti e rielaborazioni.

Anche i personaggi che oggi sembrano inseparabili dalla leggenda non appartengono tutti allo stesso momento del racconto. Little John è già vicino al nucleo antico delle storie su Robin, mentre Maid Marian e Friar Tuck diventano centrali in fasi successive, quando il mito si apre sempre di più alla dimensione romantica, comica, religiosa e popolare. Nei secoli, Robin Hood ha cambiato pelle: da figura ambigua del racconto medievale diventa simbolo di resistenza, poi eroe nazionale, poi personaggio da romanzo, teatro, cinema e televisione. Ogni nuova versione ha ripulito qualcosa, accentuato qualcos’altro, deciso quanto sangue lasciare visibile e quanto nascondere sotto il fascino dell’avventura.

Il cinema ha avuto un ruolo decisivo in questa trasformazione. Con «Robin Hood» del 1922, Douglas Fairbanks ne fece un eroe fisico, spettacolare, perfetto per il grande respiro del cinema muto. Con «La leggenda di Robin Hood» del 1938, Errol Flynn fissò una delle immagini più celebri del personaggio: elegante, sorridente, invincibile, immerso nei colori e nell’energia dello swashbuckler hollywoodiano. Nel 1973, il classico animato Disney lo consegnò a generazioni di spettatori sotto forma di volpe astuta e irresistibile. Nel 1991, «Robin Hood - Principe dei ladri» con Kevin Costner ne rilanciò il mito in chiave blockbuster, tra romanticismo, spettacolo e senso dell’avventura. Nel 2010, Ridley Scott e Russell Crowe provarono invece a riportarlo in un Medioevo più bellico e politico. In mezzo, ci sono state versioni malinconiche come «Robin e Marian», con Sean Connery e Audrey Hepburn, e riletture apertamente comiche come «Robin Hood - Un uomo in calzamaglia» di Mel Brooks.

Hugh Jackman in una scena del film - Foto I Wonder Pictures
Hugh Jackman in una scena del film - Foto I Wonder Pictures

«Robin Hood - Il prezzo del sangue» arriva dopo tutte queste immagini e sembra volerle guardare da lontano, come se fossero parte della stessa menzogna o, almeno, della stessa costruzione. Il punto di partenza più affascinante scelto da Sarnoski è proprio la morte di Robin Hood, uno degli episodi più antichi e inquieti della tradizione. In alcune versioni della leggenda, il fuorilegge muore in relazione a una priora, in un luogo religioso, lontano dalle foreste e dalle imprese che lo hanno reso celebre. Sarnoski prende quel frammento e lo trasforma nel centro morale del film: non una donna malvagia davanti a un eroe tradito, ma una figura di cura davanti a un uomo che deve finalmente affrontare se stesso.

«Esperienza contemplativa e quieta»

«Con tutte queste storie di violenza e grande avventura, sembrava che la sua fine al priorato fosse questa esperienza contemplativa e quieta», ha spiegato il regista in un’intervista per il lancio del film. È in quello spazio quieto, dopo il rumore della battaglia, che il film trova la sua identità. Da una parte c’è il mondo esterno, fangoso e brutale, popolato da uomini che hanno imparato a sopravvivere uccidendo. Dall’altra c’è il priorato, dove la violenza non viene cancellata, ma costretta a sedimentare. Sarnoski descrive il suo protagonista come un uomo perseguitato proprio dal racconto che ha contribuito a creare: «In The Death of Robin Hood, Robin è riuscito a sopravvivere al suo periodo da fuorilegge e ha partecipato alla creazione di una leggenda intorno a sé che diventa questa maledizione che indossa attorno al collo», ha dichiarato. «È tormentato da questa percezione di essere un eroe quando, nel profondo, sa di non esserlo stato. Mentre si avvicina alla morte, come può fare pace con i peccati del suo passato e fare i conti con i miti sbagliati che ha creato?».

Il regista Michael Sarnoski con Hugh Jackman - Foto I Wonder Pictures
Il regista Michael Sarnoski con Hugh Jackman - Foto I Wonder Pictures

La scelta di Hugh Jackman diventa allora decisiva. Il suo Robin deve conservare la forza dell’uomo pericoloso, ma anche la fragilità di chi sente arrivare la fine. Non basta renderlo feroce: sotto la brutalità deve restare visibile la possibilità di un’altra vita, forse troppo tardi, forse non più raggiungibile. «Sapevo che Hugh poteva fare questo lato aggressivo e violento, ma sapevo anche che, non importa che cosa lo vedi fare sullo schermo, c’è qualcosa di innatamente bello e amabile in lui», ha spiegato Sarnoski. «Non importa quante vite innocenti prenda, sei sempre consapevole che da qualche parte lì dentro c’è un buon cuore».

Jackman ha letto il personaggio come un ruolo di oscurità, rimpianto e resa dei conti. «In The Death of Robin Hood, penso che ciò che vediamo sia un ritratto bellissimo, molto umano, della pienezza della vita di Robin», ha dichiarato. «L’oscurità, il rimpianto, il dolore, la perdita. C’è un costo nella violenza, non importa da quale parte tu stia. Qual è quel costo? E ci sono grazia e redenzione per qualcuno con quei fantasmi?».

Il prezzo del sangue

È questa la domanda che separa il film dalle versioni più celebri del mito. Il Robin di Flynn combatteva per ristabilire un ordine morale. Quello Disney trasformava la ribellione in una favola di intelligenza e allegria. Quello di Costner attraversava l’avventura con slancio romantico. Quello di Crowe cercava un’origine più storica e guerriera. Il Robin di Jackman, invece, sembra abitare il dopo: dopo le imprese, dopo le canzoni, dopo l’assoluzione concessa dalla leggenda. Non deve più vincere un duello, liberare un popolo o riconquistare un amore. Deve affrontare l’ipotesi più terribile: che la storia raccontata per secoli fosse incompleta, e che sotto l’eroe sia rimasto un uomo costretto finalmente a pagare il prezzo del sangue.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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